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Lamartine Tristesse Ramenez-moi, disais-je, au fortuné rivage Où Naples réfléchit dans une mer d'azur Ses palais, ses coteaux, ses astres sans nuage, Où l'oranger fleurit sous un ciel toujours pur. Là, sous les orangers, sous la vigne fleurie, Dont le pampre flexible au myrte se marie, Et tresse sur ta tête une voûte de fleurs, Au doux bruit de la vague ou du vent qui murmure, Seuls avec notre amour, seuls avec la nature, La vie et la lumière auront plus de douceurs.

De mes jours pâlissants le flambeau se consume, Il s'éteint par degrés au souffle du malheur, Ou, s'il jette parfois une faible lueur, C'est quand ton souvenir dans mon sein le rallume ; Je ne sais si les dieux me permettront enfin D'achever ici-bas ma pénible journée. Mon horizon se borne, et mon oeil incertain Ose l'étendre à peine au-delà d'une année.

Mais s'il faut périr au matin, S'il faut, sur une terre au bonheur destinée, Laisser échapper de ma main Cette coupe que le destin Semblait avoir pour moi de roses couronnée, Je ne demande aux dieux que de guider mes pas Jusqu'aux bords qu'embellit ta mémoire chérie, De saluer de loin ces fortunés climats, Et de mourir aux lieux où j'ai goûté la vie.

Alphonse de Lamartine Faust Il polso della vita batte vivace per salutare l'alba eterea dolce, Terra, stanotte rimasta immutata, qui respiri ai miei piedi rinfrancata, già inizi a circuirmi di desideri, m'inciti e attizzi in me una voglia intensa di tender sempre a una più alta essenza.

In luce d'alba il mondo è già comparso, nel bosco echeggia di mille voci il canto, a valle è un velo di nebbia qua e là sparso, il cielo terso scende fra gole intanto, fronde e rami, rinverditi, si ridestano da odorose forre, dal sonno a testa china; anche i colori dal fondo si stagliano, e fiori e foglie stillan perle di brina, da un paradiso mi sento circondato.

Vette di monti giganti preannunciano il momento consacrato, d'eterno lume in anticipo esultanti, il quale poi quaggiù è riverberato. Ora sull'alpe di prati verdeggianti si versa un nuovo nitido splendore che scende in basso a passi digradanti, e l'alpe appare! Ahimè dal dolore volgo via gli occhi da luce trafitto. Che resti il sole alle mie spalle pertanto!

La cascata che scroscia fra le rocce, quella io osservo con crescente incanto. Di salto in salto in mille e mille rogge ora rotola giù diramandosi e in alto spume su spume volteggian nel sereno.

Ma splendido, sale da questo tumulto e s'inarca in alterna durata l'arcobaleno, immagine or distinta, ora in aria svanita, diffonde tenui fremiti di freschezza. D'umana tensione è un'icona compita.

Pensaci bene e capirai con più chiarezza: E ora sto qui, povero sognatore, e ne so quanto prima, più o meno! Mi chiaman Maestro, mi chiaman Dottore, e da dieci anni i miei scolari meno per il naso, qua e là, sopra e sotto e vedo che nulla ci è dato sapere! Questo finisce per straziarmi il cuore. Certo, sono più saggio di ogni stolto, dottore, maestro, scrivano o pretonzolo; né scrupolo né dubbio mi sgomenta, non temo né l'inferno né il diavolo.

Per contro in me ogni gioia s'è spenta, la cosa giusta non m'illudo di sapere, non m'illudo d'insegnar come conviene, migliorar l'uomo e saperlo convertire. Oh, se guardassi, chiara luna piena, per un'ultima volta alla mia pena, tu, che aspettavo fino a mezzanotte certe volte al mio pulpito vegliando e che sopra i miei libri e sulle carte ti alzavi, triste amica, rischiarando!

Maledetto oscuro buco nel muro, dove del ciel la stessa cara luce dai vetri tinti fosca s'introduce! Soffocato da quei libri ammucchiati, rosi dai vermi, coperti di polvere, circondati di fogli affumicati, che fino all'alta volta vanno a crescere; di fiale e ampolle cosparso fino in fondo, pieno zeppo dei più vari congegni mischiati alla mobilia dei bisnonni, ecco il tuo mondo!

Se lo chiami mondo! E ti domandi, ancora, perché il cuore timido nel tuo petto si raggeli? Perché un dolore che non sai spiegare ti freni tutti gl'istinti vitali? Al posto della Natura vivente, ove per man di Dio l'Uomo è sorto, fra fumo e muffa ti cingon solamente scheletri di animali e ossa di morto. Via, fuori, su vasto terreno! E questo libro pieno di misteri, di Nostradamo, scritto di sua mano, non basta come guida ai tuoi pensieri? Se poi ti è noto delle stelle il corso e infine la Natura ti ammaestra, una forza nell'anima si desta, fra Spirito e Spirito inizia il discorso.

Invano l'arido operare delle menti i sacri segni ti saprà chiarire: Non fatevi scappare l'occasione! Guardate la merce con attenzione, guardate quante cose Vi propongo. E nella mia bottega non c'è niente di cui sulla terra l'equivalente a tempo debito non abbia causato all'Uomo e al Mondo dei discreti danni.

Non c'è pugnale che non sia macchiato di sangue, né calice che aspri veleni in un corpo sano non abbia versato, né gioiello che una donna avvenente non abbia sedotto, o spada che il patto non abbia infranto e subdolamente il nemico non abbia alle spalle trafitto. Come me nessuno percuote le corde, nessuno ha potere. Vanno bestie feroci mansuete come agnelli nel bosco a vagare. La mia arpa vo pizzicando dove e come sempre mi muovo, per bisogni di famiglia o quando in battesimi o baruffe mi trovo.

Se un mezzo marco mi date o anche un centesimo solo, come l'ultima rondine d'estate attraverso la natura in volo. Troppe son le figure, le violenze troppe. Bruiscono d'intorno al candelabro che la notte rischiara temerario. Febbrile e umido riluce il volto del mondo. Piovon le prime stelle, prime gocce, e sempre dolce canta la foglia sulla fronda ed i fraterni lampi benedicono azzurri come viole il sogno che si desta. Anche l'ultima notte l'hanno visto quel macellaio salire su da lei.

Eppure passo passo a quell'orrore fece seguito proprio il suo castigo: Cresce un nero pancione dal paesaggio come un gendarme di questa campagna che zelante dell'ordine discaccia con un suo brusco battito di mani le nubi vagabonde della sera verso un incerto più in là.

Cadono giù le tegole e si spezzano, sulle coste -si legge- alta marea. La tempesta è vicina, fiere ondate percuotono la riva, spezzano gli argini. Quasi tutta la gente è raffreddata dai ponti cade giù la via ferrata. Lo minacciano i rossi getti di lancia E i rudi carrarmati? Sfilano gli eserciti di Satana? Le macchie gialle galleggianti nell'ombra Son occhi di cavalli senza vita, giganteschi.

Nudo è il suo corpo e pallido e indifeso. Un rosa-marcio affiora dalla terra. I giorni mi diventan muti e crudi. Compimento mi attrae con volti oscuri. La paura mi prende di perder la salvezza. Come se andassi a giustiziare Dio. Il colpo dovette sfiorarlo a pena perché nessun suono l'ha rivelato. Ma la leggera incrinatura che mordeva il cristallo ogni giorno avanzando invisibile e sicura vi ha fatto lenta il giro intorno.

L'acqua fresca è stillata goccia a goccia, il succo del fiore è evaporato. Fino ad ora nessuno se n'è accorto. Non accostatevi, il vaso è incrinato. Nel cuore la ferita si dilata il fiore del suo amore vi si svena. Intatto appare agli occhi del mondo il cuore che, solo, soffrendo ha notato questo taglio sottile e profondo. Pensando ai morti Ecco le foglie esangui cadere sull'erba del prato Ecco levarsi il vento e gemere giù nella valle Ecco la rondine errante sfiorare con l'ombra dell'ala l'acqua che dorme nei fossi Ecco dai tetti di paglia uscire un bimbo a raccolta dei rami morti del bosco caduti sulla brughiera.

E' la stagione in cui tutto cade percosso dai venti Un vento che vien dalla tomba falcidia pure i viventi E cadono allora a migliaia come l'inutile penna ceduta dall'aquila ai venti quando le giovani piume vanno a scaldar le sue ali all'approssimar dell'inverno. Allora il mio sguardo vi vide impallidire e morire teneri frutti che Dio non rese maturi alla luce. Benché sia giovane in terra ormai sono già solitario nella mia stessa stagione e quando sovente mi chiedo "Dove son quelli che amo?

Su questa terra deserta cos'aspetti, io non ci sono! Tutti quelli la cui vita un giorno o l'altro rapita rapisce una parte di noi sembran dire sotto la pietra "Voi che vedete la luce Vi ricordate di noi?

La notte è la tua sede, il tuo dominio l'orrore: Lamartine Traduzione di Nino Muzzi Tristezza Riportami, dicevo, sulla riva fertile dove Napoli riflette in un mare azzurro i palazzi, le coste, gli astri senza nuvole, e sboccia l'arancio sotto un cielo sempre puro.

Voglio vedere ancora il Vesuvio infuocato uscir dal sen dell'onda; vedere dall'alto spuntare l'aurora; voglio guidare i passi della mia veneranda, ridiscender, sognando, dai dirupi gioiosi; seguimi nei tornanti di quel golfo tranquillo; raggiungiamo le rive ben note ai nostri passi, i giardini di Cinzia, la tomba di Virgilio, presso i frantumi sparsi del tempio di Venere: Dei pallidi miei giorni si consuma la fiamma e via via si spegne al soffio delle sventure, o, se talvolta getta un pallido chiarore, è quando il tuo ricordo si riaccende nell'anima; io non so se gli dei mi avranno infine offerto di chiudere quaggiù la mia triste giornata.

L'orizzonte si sbarra, ed il mio occhio incerto osa estenderlo appena alla fine dell'annata. Ma se devo morire al mattino, se devo su una terra alla gioia destinata lasciarmi sfuggire di mano questa mia coppa che pareva il destino avesse per me di rose coronata, chiedo solo agli dei di guidare i miei passi alla riva, dal tuo caro ricordo abbellita, di salutar da lungi quei climi rigogliosi e morire nei luoghi dove gustai la vita. Alphonse de Lamartine Traduzione di Nino Muzzi.

Le crépuscule du matin La diane chantait dans les cours des casernes, Et le vent du matin soufflait sur les lanternes. Comme un visage en pleurs que les brises essuient, L'air est plein du frisson des choses qui s'enfuient, Et l'homme est las d'écrire et la femme d'aimer.

Les maisons çà et là commençaient à fumer. Les femmes de plaisir, la paupière livide, Bouche ouverte, dormaient de leur sommeil stupide ; Les pauvresses, traînant leurs seins maigres et froids, Soufflaient sur leurs tisons et soufflaient sur leurs doigts. C'était l'heure où parmi le froid et la lésine S'aggravent les douleurs des femmes en gésine ; Comme un sanglot coupé par un sang écumeux Le chant du coq au loin déchirait l'air brumeux ; Une mer de brouillards baignait les édifices, Et les agonisants dans le fond des hospices Poussaient leur dernier râle en hoquets inégaux.

Les débauchés rentraient, brisés par leurs travaux. L'aurore grelottante en robe rose et verte S'avançait lentement sur la Seine déserte, Et le sombre Paris, en se frottant les yeux Empoignait ses outils, vieillard laborieux. Charles Baudelaire , Les Fleurs du Mal Une martyre Dessin d'un Maître inconnu Au milieu des flacons, des étoffes lamées Et des meubles voluptueux, Des marbres, des tableaux, des robes parfumées Qui traînent à plis somptueux, Dans une chambre tiède où, comme en une serre, L'air est dangereux et fatal, Où des bouquets mourants dans leurs cercueils de verre Exhalent leur soupir final, Un cadavre sans tête épanche, comme un fleuve, Sur l'oreiller désaltéré Un sang rouge et vivant, dont la toile s'abreuve Avec l'avidité d'un pré.

Semblable aux visions pâles qu'enfante l'ombre Et qui nous enchaînent les yeux, La tête, avec l'amas de sa crinière sombre Et de ses bijoux précieux, Sur la table de nuit, comme une renoncule, Repose ; et, vide de pensers, Un regard vague et blanc comme le crépuscule S'échappe des yeux révulsés.

Sur le lit, le tronc nu sans scrupules étale Dans le plus complet abandon La secrète splendeur et la beauté fatale Dont la nature lui fit don ; Un bas rosâtre, orné de coins d'or, à la jambe, Comme un souvenir est resté ; La jarretière, ainsi qu'un oeil secret qui flambe, Darde un regard diamanté.

Le singulier aspect de cette solitude Et d'un grand portrait langoureux, Aux yeux provocateurs comme son attitude, Révèle un amour ténébreux, Une coupable joie et des fêtes étranges Pleines de baisers infernaux, Dont se réjouissait l'essaim des mauvais anges Nageant dans les plis des rideaux ; Et cependant, à voir la maigreur élégante De l'épaule au contour heurté, La hanche un peu pointue et la taille fringante Ainsi qu'un reptile irrité, Elle est bien jeune encor!

L'homme vindicatif que tu n'as pu, vivante, Malgré tant d'amour, assouvir, Combla-t-il sur ta chair inerte et complaisante L'immensité de son désir? Quel ruscello sottile, povero e triste specchio, ove rifulse un tempo la gran maestà del vostro dolore vedovile, quel falso Simoenta, gonfio del vostro pianto, ha fecondato a un tratto la mia memoria fine, appena ho attraversato il nuovo Carrousel.

Muore il vecchio Parigi le immagini cittadine cambian più svelte, ahimè! Del cuore di un mortale ; solo in ricordo vedo quel campo di baracche, mucchi di capitelli sbozzati e colonnine, gran blocchi, verdi dalle pozzanghere, erbacce e confuse anticaglie luccicanti in vetrine.

Era là che un tempo si stendeva un serraglio; è là che vidi, un giorno, sotto un cielo diafano e gelido, nell'ora in cui il Lavoro è al risveglio e la nettezza alza nell'aria un cupo uragano, un cigno che, scappato dalla sua voliera, raspando con i piedi palmati sul selciato, trascinava piume bianche sulla scabra terra.

La bestia a becco aperto in un rivo seccato bagnava nervosamente le ali nella polvere, dicendo in cuor suo, colmo del bel lago natale: Ma nella mia malinconia niente muta! Ponteggi, blocchi, nuovi edifici, vecchi sobborghi, tutto diventa allegoria e i miei cari ricordi più duri delle selci.

E a voi, Andromaca, dal braccio di un grande marito caduta, vile bestiame, al fiero Pirro in mano, curvata in estasi sopra ad un sepolcro vuoto, vedova d'Ettore, ahimè! E maritata a Eleno! Sto pensando alla negra, dimagrita e tisica, che pesticcia nel fango e, l'occhio teso, spia le palme assenti dell'Africa magnifica al di là di un' immensa muraglia di foschia; a chiunque ha perduto quello che non ritorna mai!

A coloro, che dissetano i pianti e che il Dolore allatta come una lupa buona! Agli orfanelli magri e, come fiori, stenti! E penso ai marinai scordati sopra un'isola, ai prigionieri, ai vinti! Nino Muzzi Il crepuscolo del mattino La diana cantava nel cortile delle caserme, e il vento del mattino soffiava alle lanterne. E' l'ora in cui lo sciame dei sogni inquietanti fa torcer sui guanciali i bruni adolescenti; in cui, pupilla sanguigna, palpitante e mossa, la lampada sul giorno fa una macchia rossa e l'anima, con il peso del corpo greve e truce, imita le battaglie della lampada e la luce.

Come un volto di pianto asciugato dai venti, l'aria è piena del brivido delle cose fuggenti e l'uomo è stanco di scrivere e la donna di amare.

Le case qua e là cominciano a fumare. Le donne di piacere dormon con l'occhio livido, a bocca aperta, del loro sonno stupido; le mendicanti trascinando i seni magri e freddi, soffiano sui tizzoni e sulle proprie dita. E' l'ora in cui, in mezzo al freddo e agli stenti s'acuiscono le doglie delle partorienti; come singhiozzo rotto da sangue schiumoso il canto del gallo lacera il giorno brumoso; un mare di foschia bagnava gli edifici, e gli agonizzanti dal fondo degli ospizi lanciavan l'ultimo raglio in singhiozzi ineguali.

I debosciati rientravano, rotti dai loro lavori. L'aurora freddolosa in veste verde e rosata stava avanzando lenta sulla Senna desolata, e Parigi, cupo, sfregando dagli occhi il torpore, impugnava i suoi arnesi, vecchio lavoratore. Nino Muzzi Una martire Disegno di Maestro ignoto In mezzo a flaconi, a tessuti laminati e a suppellettili voluttuose, a marmi, a quadri, ad abiti profumati cadenti in pieghe sontuose, in una stanza tiepida dove, come in serra, l'aria è dannosa e fatale, dove bouquets morenti nella lor vitrea bara esalano il sospiro finale, una morta decapitata versa, come una gora, sul guanciale dissetato sangue rosso e vivo, e la stoffa se n'abbevera con l'avidità di un prato.

Simile alle visioni pallide generate dall'ombra che c'incatenano lo sguardo, la testa, con la massa della sua criniera scura e dei suoi gioielli di riguardo, riposa sul comodino, come un ranuncolo, e, vuota di ragionamenti, uno sguardo vago e bianco come il crepuscolo esce dagli occhi ripugnanti. Sul letto il tronco nudo espone senza pudore nel più assoluto abbandono la bellezza fatale e il segreto splendore di cui Natura le fece dono; una calza rosastra, bordata d'oro, alla gamba, è restata come un ricordo; la giarrettiera, come occhio segreto che avvampa, lancia un adamantino sguardo.

Il singolare aspetto di questa solitudine e di un grande ritratto languoroso, dagli occhi provocanti come la sua attitudine, sta rivelando un amore tenebroso, una gioia colpevole e dei festini strani pieni di baci infernali, di cui gode lo sciame degli angeli malsani che fra le tende muove le ali; eppure, a vedere dalla magrezza elegante della spalla profilata, l'anca un po' appuntita e la taglia scattante come una serpe irritata, è ancor molto giovane!

L'uomo vendicativo che non potesti, vivente, pur con tanto amore, placare, pose sulla tua carne inerte e compiacente il culmine del suo desiderare? Mémoire I L'eau claire ; comme le sel des larmes d'enfance, l'assaut au soleil des blancheurs des corps de femmes ; la soie, en foule et de lys pur, des oriflammes sous les murs dont quelque pucelle eut la défense ; l'ébat des anges ; - Non Elle sombre, ayant le Ciel bleu pour ciel-de-lit, appelle pour rideaux l'ombre de la colline et de l'arche.

L'eau meuble d'or pâle et sans fond les couches prêtes. Les robes vertes et déteintes des fillettes font les saules, d'où sautent les oiseaux sans brides. Plus pure qu'un louis, jaune et chaude paupière, le souci d'eau - ta foi conjugale, ô l'Épouse! III Madame se tient trop debout dans la prairie prochaine où neigent les fils du travail ; l'ombrelle aux doigts ; foulant l'ombelle ; trop fière pour elle des enfants lisant dans la verdure fleurie leur livre de maroquin rouge!

Hélas, Lui, comme mille anges blancs qui se séparent sur la route, s'éloigne par-delà la montagne! Elle, toute froide, et noire, court! IV Regret des bras épais et jeunes d'herbe pure!

Joie des chantiers riverains à l'abandon, en proie aux soirs d'août qui faisaient germer ces pourritures! Qu'elle pleure à présent sous les remparts! Puis, c'est la nappe, sans reflets, sans source, grise: Les roses des roseaux dès longtemps dévorées!

Ero insofferente di tutti gli equipaggi, portavo grani di Fiandra o cotoni inglesi. Finiti gli alatori assieme agli schiamazzi, i Fiumi m'han fatto scendere ove volessi. Dentro i furiosi spruzzi delle mareggiate io, l'ultimo inverno, più sordo degl'infanti cervelli, ho corso! La tempesta ha benedetto le albe marittime. Più leggero di un tappo ho danzato sul flutto che chiamano eterno avvolgitore di vittime, dieci notti, senza cercar fari dall'occhio fatuo!

E da allora mi son bagnato dentro il Cantico del Mare, infuso d'astri, lattescente, vorace di azzurri verdi; ove talvolta, natante estatico e livido, un annegato pensoso scende a foce; dove, tingendo a un tratto le bluità, deliri e ritmi lenti sotto i rutilamenti del giorno, più forti dell'alcool, più vasti delle lire, gli amari rossori dell'amore fermentano!

Ho visto il sole basso, sporco d'orrore mistico, irraggiante una lunga violacea filigrana, pari a degli attori di un dramma molto antico, dilatando i flutti i loro brividi da persiana!

Ho sognato la notte verde dalle nevi abbagliate, bacio che sale agli occhi con lentezza dai mari, la circolazione delle linfe inaudite, e il risveglio blu e giallo dei fosfori canori!

Ho seguito, a mesi pieni, pari a vaccherie isteriche, l'onda sulle scogliere all'assalto, senza pensar che i luminosi piedi delle Marie possano premere il muso di Oceani in sussulto! Ho urtato, sapete, contro Floride incredibili mischianti i fiori ad occhi di pantere a pelle d'uomo!

Degli Arcobaleni tesi come redini, sotto l'orizzonte dei mari, su mandrie cerule. Ho visto fermentare paludi enormi, nasse ove marcisce nei giunchi tutt'un Leviatano! Scrosci d'acqua crollati in mezzo alle bonacce, e le lontananze che verso abissi degradano! Ghiacci, soli d'argento, flutti perlati, braci di cieli! Immondi cascami nei golfi marroni, dove serpenti giganti mangiati dalle cimici cadono dagli alberi ritorti con neri aromi!

Avrei voluto mostrare ai fanciulli le orate del flutto blu, pesci d'oro, pesci cantanti. Talvolta, martire stanco di poli e di zone, il mare il cui singhiozzo addolciva la beccheggiata alzava a me fiori d'ombra a ventose gialle e io restavo, simile a una donna inginocchiata … Quasi un'isola, sui miei bordi ballottavano liti e sterco d'uccelli a occhi biondi e canto iroso, e, mentre degli annegati a dormire scendevano fra i miei fragili orditi, io vogavo a ritroso!

Ora io, battello sperso sotto il crine dell'anse, gettato dall'uragano nell'etere senza uccelli, io che nessun Molitor né veliero dell'Ansa avrebbe ripescato, carcassa ubriaca d'acqua; libero, fumante, gravido di bruma violetta, che il cielo rossastro foravo come un muro, che porto, confettura squisita al buon poeta, licheni di sole e mucillagine di azzurro; che correvo, screziato di elettriche lunelle, tavola folle, scortata da neri ippocampi, quando luglio scrollava a colpi di randello i cieli oltremarini dai cappucci roventi; che tremavo al gemito da cinquanta leghe di Behemot in calore e Maelstrom compatti, eterno filatore su immobilità glauche, rimpiango l'Europa dagli antichi parapetti!

Ho visto arcipelaghi siderali! Ed isole con cieli deliranti aperti al vogatore: E' vero, ho pianto troppo! Le Albe son desolanti. Ogni luna è atroce ed ogni sole è amaro: Oh che la chiglia schianti!

Oh ch'io finisca in mare! Se desidero un'acqua d'Europa, è una pozza nera e fredda, ove verso il crepuscolo odoroso un fanciullo accovacciato pieno di tristezza vari un battello fragile come farfalla di maggio.

Molle di vostri languori, non posso più, o lame, sottrarre i loro percorsi ai mercanti di cotoni, né traversare l'orgoglio di bandiere e di fiamme, né navigare sotto l'occhio atroce dei pontoni.

Nino Muzzi Memoria I L'acqua chiara; come lacrime d'infanzia salate, l'assalto al cielo dei biancori dei corpi di donna; la seta, distesa e di puro giglio, dell'orifiamma sotto le mura da qualche pulzella salvate; gli angeli alitanti; - No…il rivo d'oro, cammina, muove bracci, neri, grevi e freschi, sopra tutto, di erba. Essa, scura, col cielo blu a baldacchino, si riserba come tendaggio l'ombra dell'arco e della collina.

II L'umido vetro stende le sue limpide brodaglie! L'acqua orna d'oro chiaro e diafano le pronte culle. Le vesti delle bambine, verdi e stinte, son salici, donde saltano uccelli senza briglie. Gialla e calda palpebra, di un luigi più pura, la calta palustre -la fede coniugale, o Sposa! III La signora si tiene nel prato confinante troppo in piedi, ove nevicano i fili del lavoro; l'ombrella fra le dita; sfiora l'umbella; fiero sguardo ai figli che leggono nel verde fiorente il libro di marocchino rosso!

Ahimè, Lui, come mille angeli bianchi che si separan sulla strada, oltre la montagna si allontana! Lei tutta gelida e nera, corre! IV Voglia di spesse braccia e giovani d'erba pura!

Lune d'aprile al cuore del santo letto! Piacere dai cantieri della riva all'abbandono, in potere alle sere d'agosto pullulanti di questa lordura! Ch'ella pianga ora sotto i bastioni! Il tremore dei pioppi lassù in alto è soltanto per il vento.

Poi, lo stagno, senza riflessi, senza fonte, spento: V Zimbello di quest'occhio d'acqua tetro, prendere non posso, o barca immobile! O troppo corte braccia! Né l'uno né l'altro fiore: La polvere dei salici che un'ala va scrollando! La rosa dei rosai da gran tempo rosicchiata! La mia barca, sempre fissa; e la catena tirata in fondo a quest'occhio d'acqua, - a quale fango? O, si chère de loin O si chère de loin et proche et blanche, si Délicieusement toi, Mary, que je songe À quelque baume rare émané par mensonge Sur aucun bouquetier de cristal obscurci Le sais-tu, oui!

Mon coeur qui dans les nuits parfois cherche à s'entendre Ou de quel dernier mot t'appeler le plus tendre S'exalte en celui rien que chuchoté de soeur N'étant, très grand trésor et tête si petite, Que tu m'enseignes bien toute une autre douceur Tout bas par le baiser seul dans tes cheveux dite. Stéphane Mallarmé Chevelure La chevelure vol d'une flamme à l'extrême Occident de désirs pour la tout éployer Se pose je dirais mourir un diadème Vers le front couronné son ancien foyer Mais sans or soupirer que cette vive nue L'ignition du feu toujours intérieur Originellement la seule continue Dans le joyau de l'oeil véridique ou rieur Une nudité de héros tendre diffame Celle qui ne mouvant astre ni feux au doigt Rien qu'à simplifier avec gloire la femme Accomplit par son chef fulgurante l'exploit De semer de rubis le doute qu'elle écorche Ainsi qu'une joyeuse et tutélaire torche.

Stéphane Mallarmé Plusieurs sonnets I Quand l'Ombre menaça de la fatale loi, Tel vieux Rêve, désir et mal de mes vertèbres, Affligé de périr sous les plafonds funèbres Il a ployé son aile indubitable en moi. Luxe, ô salle d'ébène où, pour séduire un roi Se tordent dans leur mort des guirlandes célèbres, Vous n'êtes qu'un orgueil menti par les ténèbres Aux yeux du solitaire ébloui de sa foi.

Oui, je sais qu'au lointain de cette nuit, la Terre Jette d'un grand éclat l'insolite mystère Sous les siècles hideux qui l'obscurcissent moins.

L'espace à soi pareil qu'il s'accroisse ou se nie Roule dans cet ennui des feux vils pour témoins Que s'est d'un astre en fête allumé le génie. Stéphane Mallarmé, Plusieurs sonnets II Le vierge, le vivace et le bel aujourd'hui Va-t-il-nous déchirer avec un coup d'aile ivre Ce lac dur oublié que hante sous le givre Le transparent glacier des vols qui n'ont pas fui!

Un cygne d'autrefois se souvient que c'est lui Magnifique mais qui sans espoir se délivre Pour n'avoir pas chanté la région où vivre Quand du stérile hiver a resplandi l'ennui. Tout son col secouera cette blanche agonie Par l'espace infligé à l'oiseau qui le nie, Mais non l'horreur du sol où le plumage est pris. Fantôme qu'à ce lieu son pur éclat assigne, Il s'immobilise au songe froid de mépris Que vêt parmi l'exil inutile le Cygne. Ô rire si là-bas une pourpre s'apprête A ne rendre royal que mon absent tombeau.

Stéphane Mallarmé, Plusieurs sonnets IV Ses purs ongles très haut dédiant leur onyx, L'Angoisse, ce minuit, soutient, lampadophore, Maint rêve vespéral brûlé par le Phénix Que ne recueille pas de cinéraire amphore Sur les crédences, au salon vide: Mais proche la croisée au nord vacante, un or Agonise selon peut-être le décor Des licornes ruant du feu contre une nixe, Elle, défunte nue en le miroir, encor Que, dans l'oubli formé par le cadre, se fixe De scintillations sitôt le septuor.

Ces nymphes, je les veux perpétuer. Si clair, Leur incarnat léger, qu'il voltige dans l'air Assoupi de sommeils touffus. Mon doute, amas de nuit ancienne, s'achève En maint rameau subtil, qui, demeuré les vrais Bois mêmes, prouve, hélas!

Faune, l'illusion s'échappe des yeux bleus Et froids, comme une source en pleurs, de la plus chaste: Mais, l'autre tout soupirs, dis-tu qu'elle contraste Comme brise du jour chaude dans ta toison? Inerte, tout brûle dans l'heure fauve Sans marquer par quel art ensemble détala Trop d'hymen souhaité de qui cherche le la: Alors m'éveillerai-je à la ferveur première, Droit et seul, sous un flot antique de lumière, Lys!

Autre que ce doux rien par leur lèvre ébruité, Le baiser, qui tout bas des perfides assure, Mon sein, vierge de preuve, atteste une morsure Mystérieuse, due à quelque auguste dent ; Mais, bast! Qui, détournant à soi le trouble de la joue, Rêve, dans un solo long, que nous amusions La beauté d'alentour par des confusions Fausses entre elle-même et notre chant crédule ; Et de faire aussi haut que l'amour se module Évanouir du songe ordinaire de dos Ou de flanc pur suivis avec mes regards clos, Une sonore, vaine et monotone ligne.

Tâche donc, instrument des fuites, ô maligne Syrinx, de refleurir aux lacs où tu m'attends! Moi, de ma rumeur fier, je vais parler longtemps Des déesses ; et par d'idolâtres peintures A leur ombre enlever encore des ceintures: Ainsi, quand des raisins j'ai sucé la clarté, Pour bannir un regret par ma feinte écarté, Rieur, j'élève au ciel d'été la grappe vide Et, soufflant dans ses peaux lumineuses, avide D'ivresse, jusqu'au soir je regarde au travers.

Je t'adore, courroux des vierges, ô délice Farouche du sacré fardeau nu qui se glisse Pour fuir ma lèvre en feu buvant, comme un éclair Tressaille! Des pieds de l'inhumaine au coeur de la timide Qui délaisse à la fois une innocence, humide De larmes folles ou de moins tristes vapeurs. Tu sais, ma passion, que, pourpre et déjà mûre, Chaque grenade éclate et d'abeilles murmure ; Et notre sang, épris de qui le va saisir, Coule pour tout l'essaim éternel du désir.

A l'heure où ce bois d'or et de cendres se teinte Une fête s'exalte en la feuillée éteinte: Je tiens la reine! Non, mais l'âme De paroles vacante et ce corps alourdi Tard succombent au fier silence de midi: Sans plus il faut dormir en l'oubli du blasphème, Sur le sable altéré gisant et comme j'aime Ouvrir ma bouche à l'astre efficace des vins!

Couple, adieu ; je vais voir l'ombre que tu devins. Mallarmé Brezza marina La carne è triste, ahimè! Né i vecchi giardini riflessi dagli occhi fedeli, niente tratterrà, o notti! Né della lampada il deserto chiarore su carta vuota il cui candore per difesa lotta, né la giovane madre che il fanciullo allatta. Vapore che dondoli l'alberatura leva l'ancora verso un'esotica natura! Una Noia, stremata dagli auspici maledetti, crede ancora all'addio supremo dei fazzoletti!

E, forse, i pennoni, che invitano gli uragani, son quelli che un vento piega su spersi rottami, senz'albero, senz'albero, né isole d'incanto… Ma, cuore mio, ascolta dei marinai il canto! Il mio cuore che a udirsi talvolta nelle notti prova o si esalta con quale nome a chiamarti l'ultimo quello più tenero di sorella a mezza voce detto, gran tesoro e testa piccoletta, se non che tu m'insegni ben altra dolcezza, silente, solo dal bacio nei tuoi capelli detta.

Nino Muzzi Chioma La chioma volo d'una fiamma all'estrema declinazione di desideri per farla sfiaccolare si posa si direbbe il morire di un diadema sulla fronte coronata di un vecchio focolare ma non esala oro sol quella nube viva l'ignizione del fuoco sempre interiore originariamente la sola che si ravviva nel gioiello dell'occhio vero o schernitore una nudità da eroe tenero diffama lei che senza muover astro né fuoco al dito solo a semplificare con gloria la dama adempie con il capo sfolgorante l'invito a sparger di rubini il dubbio ch'essa spella simile a una gioiosa e tutelare fiammella.

Lusso, oh sala d'ebano dove, per sedurre un re s'intreccia nella morte qualche ghirlanda celebre, voi non siete che orgoglio mentito dalle tenebre agli occhi del solitario abbagliato dalla sua fe'. Lo spazio pari a se stesso che si neghi o cresca ruota in questa noia dei vili fuochi a testimonio che si è illuminato il genio di un astro in festa.

Un cigno d'altri tempi non si è dimenticato che è magnifico ma senza speranza si libra per non avere cantato la regione ove vivrà quando di arido inverno il tedio ha brillato. Tutto il suo collo scrollerà quella bianca agonia tramite lo spazio inflitto all'uccello che lo nega, ma non l'orror del suolo ove è preso il piumaggio. Fantasma che a quel luogo il puro abbaglio lega, s'immobilizza a un freddo pensiero di dileggio che fra l'esilio inutile quel Cigno di sé avvolga.

Nino Muzzi III Vittoriosamente fugato il suicidio attraente tizzo di gloria, schiuma di sangue, oro, tempesta! Oh che ridere se là una porpora si appresta solo a rendere regale la mia tomba assente. Di tutto quel lampo neppure il barlume tarda, è mezzanotte, all'ombra che ci fa festa ammeno che un tesoro presuntuoso di testa versi la sua carezzevole indolenza senza lume, la tua, se sempre lo riempie di delizia!

Nino Muzzi IV Alto consacrando le pure unghie il loro onice, l'Angoscia, a mezzanotte, sostiene, lampadofora, tanti sogni crepuscolari bruciati dalla Fenice non raccolti in nessuna cineraria anfora sulle credenze, nel salotto vuoto: Ma vicino alla crociera a nord solinga, un oro sta agonizzando forse seguendo il decoro dei liocorni scalcianti fuoco su una naiade, ella, defunta ignuda nello specchio, ancor che, nell'oblio formato dal riquadro, s'intride di scintillii tutt'ad un tratto l'Ursa major.

Un sogno ho amato? Il mio dubbio, ammasso di antica notte, culminato in una ramaglia sottile, che, rimasta come i veri boschi stessi, prova, ahimè! Riflettiamo… o se le donne di cui tu chiosi figuran come desio dei tuoi sensi affabulatori!

Fauno, l'illusione dilegua dagli occhi azzurri e freddi, come fonte in pianto, della più casta: O rive siciliane di calme acque stagnanti rubate dalla mia vanità ai soli invidianti tacite sotto fiori di scintille, NARRATE " che qui tagliavo cave canne domate dal talento; quando sull'oro glauco di lontane verzure porgenti la loro vigna a fontane, ondeggia un biancore d'animali riposati: Solo annunciato dal lor labbro quel dolce niente, il bacio, che in silenzio dai perfidi rassicura, il mio seno, vergin di prove, una morsicatura mostra misteriosa di un qualche augusto dente; ma, basta!

Cerca dunque, strumento delle fughe, maligna Siringa, di rifiorire ai laghi ove mi attendi! Accorro; mentre, ai miei piedi, sonnacchiose patite dal gustato languore del mal di esser due s'intrecciano fra sole, ardite braccia nude; io le rapisco senza scioglierle e m'involo in quel folto, odiato dal meriggio frivolo, di rose estenuanti ogni profumo al sole ove il fremere nostro a luce consunta sia eguale.

Nell'ora che quel bosco d'oro e cenere si tinge si esalta una festa nel fogliame che si spenge: Io tengo la regina! Erste Elegie Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel Ordnungen?

Denn das Schöne ist nichts als des Schrecklichen Anfang, den wir noch grade ertragen, und wir bewundern es so, weil es gelassen verschmäht, uns zu zerstören. Ein jeder Engel ist schrecklich. Und so verhalt ich mich denn und verschlucke den Lockruf dunkelen Schluchzens. Ach, wen vermögen wir denn zu brauchen? O und die Nacht, die Nacht, wenn der Wind voller Weltraum uns am Angesicht zehrt -, wem bliebe sie nicht, die ersehnte, sanft enttäuschende, welche dem einzelnen Herzen mühsam bevorsteht.

Ist sie den Liebenden leichter? Ach, sie verdecken sich nur mit einander ihr Los. Ja, die Frühlinge brauchten dich wohl. Es hob sich eine Woge heran im Vergangenen, oder da du vorüberkamst am geöffneten Fenster, gab eine Geige sich hin. Das alles war Auftrag. Warst du nicht immer noch von Erwartung zerstreut, als kündigte alles eine Geliebte dir an? Sehnt es dich aber, so singe die Liebenden; lange noch nicht unsterblich genug ist ihr berühmtes Gefühl.

Jene, du neidest sie fast, Verlassenen, die du so viel liebender fandst als die Gestillten. Beginn immer von neuem die nie zu erreichende Preisung; denk: Aber die Liebenden nimmt die erschöpfte Natur in sich zurück, als wären nicht zweimal die Kräfte, dieses zu leisten.

Sollen nicht endlich uns diese ältesten Schmerzen fruchtbarer werden? Denn Bleiben ist nirgends. Höre, mein Herz, wie sonst nur Heilige hörten: So waren sie hörend.

Aber das Wehende höre, die ununterbrochene Nachricht, die aus Stille sich bildet. Es rauscht jetzt von jenen jungen Toten zu dir. Wo immer du eintratest, redete nicht in Kirchen zu Rom und Neapel ruhig ihr Schicksal dich an?

Was sie mir wollen? Freilich ist es seltsam, die Erde nicht mehr zu bewohnen, kaum erlernte Gebräuche nicht mehr zu üben, Rosen, und andern eigens versprechenden Dingen nicht die Bedeutung menschlicher Zukunft zu geben; das, was man war in unendlich ängstlichen Händen, nicht mehr zu sein, und selbst den eigenen Namen wegzulassen wie ein zerbrochenes Spielzeug.

Seltsam, die Wünsche nicht weiterzuwünschen. Seltsam, alles, was sich bezog, so lose im Raume flattern zu sehen. O wie werdet ihr dann, Nächte, mir lieb sein, gehärmte. Wir, Vergeuder der Schmerzen.

Wie wir sie absehn voraus, in die traurige Dauer, ob sie nicht enden vielleicht. O, wie spurlos zerträte ein Engel ihnen den Trostmarkt, den die Kirche begrenzt, ihre fertig gekaufte: Taucher und Gaukler des Eifers! Von Beifall zu Zufall taumelt er weiter; denn Buden jeglicher Neugier werben, trommeln und plärrn. Für Erwachsene aber ist noch besonders zu sehn, wie das Geld sich vermehrt, anatomisch, nicht zur Belustigung nur: Kinder spielen, und Liebende halten einander, - abseits, ernst, im ärmlichen Gras, und Hunde haben Natur.

Hinter ihr her kommt er in Wiesen. Und der Jüngling folgt. Ihn rührt ihre Haltung. Die Schulter, der Hals -, vielleicht ist sie von herrlicher Herkunft. Sie ist eine Klage. Nur die jungen Toten, im ersten Zustand zeitlosen Gleichmuts, dem der Entwöhnung, folgen ihr liebend. Mädchen wartet sie ab und befreundet sie. Zeigt ihnen leise, was sie an sich hat.

Perlen des Leids und die feinen Schleier der Duldung. Aber dort, wo sie wohnen, im Tal, der Älteren eine, der Klagen, nimmt sich des Jünglings an, wenn er fragt: Ja, der stammte von dort. Einst waren wir reich. Und sie leitet ihn leicht durch die weite Landschaft der Klagen, zeigt ihm die Säulen der Tempel oder die Trümmer jener Burgen, von wo Klage-Fürsten das Land einstens weise beherrscht.

Zeigt ihm die hohen Tränenbäume und Felder blühender Wehmut, Lebendige kennen sie nur als sanftes Blattwerk ; zeigt ihm die Tiere der Trauer, weidend, - und manchmal schreckt ein Vogel und zieht, flach ihnen fliegend durchs Aufschaun, weithin das schriftliche Bild seines vereinsamten Schreis.

Naht aber Nacht, so wandeln sie leiser, und bald mondets empor, das über Alles wachende Grab-Mal. Brüderlich jenem am Nil, der erhabene Sphinx -: Und sie staunen dem krönlichen Haupt, das für immer, schweigend, der Menschen Gesicht auf die Waage der Sterne gelegt.

Aber ihr Schaun, hinter dem Pschent-Rand hervor, scheucht es die Eule. Und höher, die Sterne. Die Sterne des Leidlands. Langsam nennt sie die Klage: Dann, weiter, dem Pol zu: In Ehrfurcht nennt sie sie, sagt: Und da umarmt sie ihn, weinend. Einsam steigt er dahin, in die Berge des Ur-Leids. Und nicht einmal sein Schritt klingt aus dem tonlosen Los. Aber erweckten sie uns, die unendlich Toten, ein Gleichnis, siehe, sie zeigten vielleicht auf die Kätzchen der leeren Hasel, die hängenden, oder meinten den Regen, der fällt auf dunkles Erdreich im Frühjahr.

Und wir, die an steigendes Glück denken, empfänden die Rührung, die uns beinah bestürzt, wenn ein Glückliches fällt. O hoher Baum im Ohr! Doch selbst in der Verschweigung ging neuer Anfang, Wink und Wandlung vor. Brüllen, Schrei, Geröhr schien klein in ihren Herzen. Und wo eben kaum eine Hütte war, dies zu empfangen, ein Unterschlupf aus dunkelstem Verlangen mit einem Zugang, dessen Pfosten beben, - da schufst du ihnen Tempel im Gehör.

Und schlief in mir. Und alles war ihr Schlaf. Sie schlief die Welt. Sieh, sie erstand und schlief. Wo ist ihr Tod? Wie aber, sag mir, soll ein Mann ihm folgen durch die schmale Leier? Sein Sinn ist Zwiespalt. An der Kreuzung zweier Herzwege steht kein Tempel für Apoll. Gesang, wie du ihn lehrst, ist nicht Begehr, nicht Werbung um ein endlich noch Erreichtes ; Gesang ist Dasein. Für den Gott ein Leichtes. Wann aber sind wir? Und wann wendet er an unser Sein die Erde und die Sterne?

In Wahrheit singen, ist ein andrer Hauch. Ein Hauch um nichts. Ein Wehn im Gott. Rainer Maria Rilke Prima duinese Chi se gridassi m'udrebbe mai dalle schiere degli angeli? Ciascuno degli angeli è terrificante.

Ah chi c'è dato mai poter invocar nel bisogno? Angeli no, non uomini e i sagaci animali ben l'avvertono: Oh e la notte, la notte quando il vento colmo di spazio cosmico al viso ci corrode -, a chi non rimarrebbe la desiata, dolce-deludente, quale al singolo cuore ostinata, presiede.

E' più lieve agli amanti? Ah, si sottraggon soltanto l'un l'altro lor sorte. Ancora non lo sai? Osavano sperare alcune stelle da te che tu le sentissi. Ti si levava incontro una lamina d'onda dal passato oppure quando passavi accanto a una finestra aperta, si concedeva un violino.

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His mother was there and she gave me first aid. Then I went to the St. John Hospital where they dressed my wound. I was accompanied by Verlaine and his mother. When the dressing was put on, we all returned to the house. Verlaine went on to say to me not to leave him and to stay with him;but I didn't accept and I left around 7 o'clock in the evening with Verlaine and his mother. When we arrived near Place Rouppe, Verlaine went ahead of me, then came back to my side.

I saw him put his hand in his pocket to grab his pistol. I made a U-turn and retraced my steps. I met a policeman who I told what happened to me, and who asked Verlaine to follow him to the police station. If Verlaine had let me leave peacefully, I would not have lodged a complaint against him about the injury he made to me. Last year, after some disagreements with bis wife and with her family, he suggested that I should go abroad with him;we were going to have to make a living somehow or other, because I have no money of my own, and Verlaine only has what he can get from his work and some money which his mother gives him.

We came to Brussels together in the month of July last year;we stayed here for about two months;and seeing that there was nothing we could do in this town, we went to London.

We lived there together until lately, sharing the same lodgings and using everything in common. Following an argument which we had at the beginning of last week, arising from reproaches which I made to him about his indolence and his behaviour towards certain persons we knew, Verlaine left me practically without warning, without even telling me where he was going.

However I supposed he was going to Brussels, or would pass through it, because he had taken the Antwerp boat. Then I received a letter from him headed "At sea", which I shall hand to you, in which he told me that he was going to ask his wife to come to him where he was, and that if she had not answered his call within three days, he was going to kill himself; he also told me to write to him poste restante at Brussels.

I immediately wrote him two Ietters in which I asked hlm to come back to London or to consent to my rejoining him in Brussels. It was then that he sent me a telegram telling me to come here, to Brussels. I wanted us to be reunited again, because there was no reason why we should separate. His mother was with him.

He had no fixed plan: Sometimes Verlaine gave me to understand that it was his intention to come with me, in justice, as he put it, to his wife and his wife's family;at other time he refused to come with me, because Paris brought back memories to him which were too painful.

He was in a very excitable frame of mind. Neverthe1ess he vas very insistent that I should stay with him: There was no coherence in his ideas. On Wednesday evening he had more than enough to drink and became drunk. On Thursday morning he went out at six o'clock and did onot come back until nearly noon;he was again in a state of intoxication, he showed me a pistol which he had bought, and when I asked him what he intended to do with it, he replied in a joking manner: While we were together in our bedroom, he went down several more times to drink liqueurs ; he still wished to prevent me from carrying into execution my plan of going back to Paris.

I even asked his mother for some money for the journey. Then, at a given moment, he locked the door of the room which gave on to the staircase and sat on a chair against this door. I was standing, leaning my back on the wall facing it. He then said to me: Verlaine at once expressed the deepest regret for what he had done;he rushed into tbe adjoining room, which was occupied by his mother, and threw himself on the bed. He vas like a madman: His attitude was of profound sorrow at what had happened to him.

About five o'clock in the afternoon, his mother and he brought me here to be treated. When we got back to the hotel, Verlaine and his mother made the suggestion that I should stay with tbem and be looked after, or go back to hospital until I was completely healed. The wound did not seem very serious to me, I told them I intended to return to France that very evening;to my mother's in Charleville.

This news threw Verlaine into despair again. His mother gave me twenty francs for the journey, and they came out with me to accompany me to the Midi terminus.

Verlaine behaved as if he were mad. He did everything he could to stop me from going;besides which, he kept his hand all the time in the pocket of his jacket where his pistol was. When we arrived at the Place Rouppe, he went a few paces ahead of us, and then he came back towards me. His manner caused me to fear that he might give himself over to new excesses. I turned and ran away. It was then that I asked a police officer to arrest him.

The bullet in my hand has not yet been removed: What did you live on in London? Mainly on the money which Madame Verlaine used to send to her son. We also had French lessons which we gave together, but these lessons did not earn us very much, about a dozen francs a week, towards the end. Do you know the reason for the disagreements between Verlaine and his wife?

Verlaine did not wish his wife to continue to live at her father's house. Does she not also name as a cause for complaint your intimacy with Verlaine? Yes, she even accuses us of immoral relations;but I do not wish to trouble to give the lie to such calumnies. Read, confirmed, and signed: Paul Verlaine, in his mother's bedroom, fired a shot of revolver at me which slightly wounded me in the left wrist, M.

Verlaine was so drunken that he was not aware of his act That I am deeply convinced that in buying that weapon, M. Verlaine had no hostile intention towards me, and that there was no any criminal premeditation, in the act of locking the door behind us That the reason of M.

Verlaine's drunkenness was simply due to the thought of his disagreements with Mrs Verlaine, his wife I further declare that I gladly offer him and consent to my renunciation pure and simple to any action criminal, correctionnal and civil and I henceforth give up all rights to any benefit from any prosecution which may or wight be instituted by the Public Ministry against M.

Verlaine for the actions herein specified A. Rimbaud Saturday, July 19th, [cfr. Je suis arrivé à Bruxelles depuis quatre jours, malheureux et désespéré. Je connais Rimbaud depuis plus d'une année. J'ai vécu avec lui à Londres, que j'ai quitté depuis quatre jours pour venir habiter Bruxelles, afin d'être plus près de mes affaires, plaidant en séparation avec ma femme habitant Paris, laquelle prétend que j'ai des relations immorales avec Rimbaud.

J'ai écrit à ma femme que si elle ne venait pas me rejoindre dans les trois jours je me brûlerais la cervelle ; et c'est dans ce but que j'ai acheté le revolver ce matin au passage des Galeries Saint-Hubert, avec la gaine et une boîte de capsules, pour la somme de 23 francs.

Depuis mon arrivée à Bruxelles, j'ai reçu une lettre de Rimbaud qui me demandait de venir me rejoindre. Je lui ai envoyé un télégramme disant que je l'attendais ; et il est arrivé il y a deux jours. Aujourd'hui, me voyant malheureux, il a voulu me quitter. J'ai cédé à un moment de folie et j'ai tiré sur lui. Il n'a pas porté plainte à ce moment. Je me suis rendu avec lui et ma mère à l'hôpital Saint-Jean pour le faire panser et nous sommes revenus ensemble. Rimbaud voulait partir à toute force.

Ma mère lui a donné vingt francs pour son voyage ; et c'est en le conduisant à la gare qu'il a prétendu que je voulais le tuer. Depuis un an, j'habite Londres avec le sieur Verlaine. Nous faisions des correspondances pour les journaux et donnions des leçons de français. Sa société était devenue impossible, et j'avais manifesté le désir de retourner à Paris. Il y a quatre jours, il m'a quitté pour venir à Bruxelles et m'a envoyé un télégramme pour venir le rejoindre. Je manifestais toujours le désir de retourner à Paris.

Nous sommes allés ensuite à la Maison des Brasseurs, Grand'Place, où nous avons continué à causer de mon départ. Rentrés au logement vers deux heures, il a fermé la porte à clef, s'est assis devant ; puis, armant son revolver, il en a tiré deux coups en disant: Je t'apprendrai à vouloir partir! Sa mère était présente et m'a porté les premiers soins. Je me suis rendu ensuite à l'Hôpital Saint-Jean, où l'on m'a pansé. J'étais accompagné par Verlaine et sa mère.

Le pansement fini, nous sommes revenus tous trois à la maison. Verlaine me disait toujours de ne pas le quitter et de rester avec lui ; mais je n'ai pas voulu consentir et suis parti vers sept heures du soir, accompagné de Verlaine et de sa mère. Arrivé aux environs de la Place Rouppe, Verlaine m'a devancé de quelques pas, puis il est revenu vers moi: J'ai rencontré l'agent de police à qui j'ai fait part de ce qui m'était arrivé et qui a invité Verlaine à le suivre au bureau de police.

Si ce dernier m'avait laissé partir librement, je n'aurais pas porté plainte à sa charge pour la blessure qu'il m'a faite.

Mon fils est venu à Bruxelles il y a quatre jours. À peine arrivé, il a reçu une lettre de Rimbaud, afin de pouvoir venir l'y rejoindre. Il y a répondu affirmativement par dépêche télégraphique, et Rimbaud est venu loger avec nous depuis deux jours. Ce matin, mon fils, qui a l'intention de voyager, a fait l'achat d'un revolver. Après la promenade, ils sont rentrés à la maison vers deux heures. Une discussion s'est élevée entre eux. Mon fils a saisi son revolver et en a tiré deux coups sur son ami Rimbaud: Néanmoins nous n'avons pas trouvé les balles.

Après avoir été pansé à l'Hôpital Saint-Jean, Rimbaud témoignant le désir de retourner à Paris, je lui ai donné vingt francs, parce qu'il n'avait pas d'argent. Puis, nous sommes allés pour le reconduire à la gare du Midi, lorsqu'il s'est adressé à l'agent de police pour faire arrêter mon fils, qui n'avait pas de rancune contre lui et avait agi dans un moment d'égarement. N'avez-vous jamais été condamné?

Je ne sais pas au juste ce qui s'est passé dans la journée d'hier. J'avais écrit à ma femme qui habite Paris de venir me rejoindre, elle ne m'a pas répondu ; d'autre part, un ami auquel je tiens beaucoup était venu me rejoindre à Bruxelles depuis deux jours et voulait me quitter pour retourner en France ; tout cela m'a jeté dans le désespoir, j'ai acheté un revolver dans l'intention de me tuer.

En rentrant à mon logement, j'ai eu une discussion avec cet ami: J'ai alors laissé tomber le revolver, et le second coup est parti accidentellement. J'ai eu immédiatement le plus vif remords de ce que j'avais fait ; ma mère et moi nous avons conduit Rimbaud à l'Hôpital pour le faire panser ; la blessure était sans importance. Malgré mon insistance, il a persisté dans sa résolution de retourner en France. Hier soir, nous l'avons conduit à la gare du Midi. Chemin faisant, je renouvelle mes instances ; je me suis même placé devant lui, comme pour l'empêcher de continuer sa route, et je l'ai menacé de me brûler la cervelle ; il a compris peut-être que je le menaçais lui-même, mais ce n'était pas mon intention.

Quel est le motif de votre présence à Bruxelles? J'espérais que ma femme serait venue m'y rejoindre, comme elle était déjà venue précédemment depuis notre séparation. Je ne comprends pas que le départ d'un ami ait pu vous jeter dans le désespoir. N'existe-t-il pas entre vous et Rimbaud d'autres relations que celles de l'amitié? Non ; c'est une calomnie qui a été inventée par ma femme et sa famille pour me nuire ; on m'accuse de cela dans la requête présentée au tribunal par ma femme à l'appui de sa demande de séparation.

Lecture faite, persiste et signe: J'ai fait, il y a deux ans environ, la connaissance de Verlaine à Paris.

L'année dernière, à la suite de dissentiments avec sa femme et la famille de celle-ci, il me proposa d'aller avec lui à l'étranger ; nous devions gagner notre vie d'une manière ou d'une autre, car moi je n'ai aucune fortune personnelle, et Verlaine n'a que le produit de son travail et quelque argent que lui donne sa mère. Nous sommes venus ensemble à Bruxelles au mois de juillet de l'année dernière ; nous y avons séjourné pendant deux mois environ ; voyant qu'il n'y avait rien à faire pour nous dans cette ville, nous sommes allés à Londres.

Nous y avons vécu ensemble jusque dans ces derniers temps, occupant le même logement et mettant tout en commun. A la suite d'une discussion que nous avons eue au commencement de la semaine dernière, discussion née des reproches que je lui faisais sur son indolence et sa manière d'agir à l'égard des personnes de nos connaissances, Verlaine me quitta presque à l'improviste, sans même me faire connaltre le lieu où il se rendait.

Je supposai cependant qu'il se rendait à Bruxelles, ou qu'il y passerait, car il avait pris le bateau d'Anvers. Je reçus ensuite de lui une lettre datée "En mer", que je vous remettrai, dans laquelle il m'annonçait qu'il allait rappeler sa femme auprès de lui, et que si elle ne répondait pas à son appel dans trois jours, il se tuerait ; il me disait aussi de lui écrire poste restante à Bruxelles.

Je lui écrivis ensuite deux lettres dans lesquelles je lui demandais de revenir à Londres ou de consentir à ce que j'allasse le rejoindre à Bruxelles.

C'est alors qu'il m'envoya un télégramme pour venir ici, à Bruxelles. Je désirais nous réunir de nouveau, parce que nous n'avions aucun motif de nous séparer. Je quittai donc Londres ; j'arrivai à Bruxelles mardi matin, et je rejoignis Verlaine.

Sa mère était avec lui. Il n'avait aucun projet déterminé: Tantôt Verlaine manifestait l'intention de m'y accompagner, pour aller, comme il le disait, faire justice de sa femme et de ses beaux-parents ; tantôt il refusait de m'accompagner, parce que Paris lui rappelait de trop tristes souvenirs. Il était dans un état d'exaltation très grande. Cependant il insistait beaucoup auprès de moi pour que je restasse avec lui tantôt il était désespéré, tantôt il entrait en fureur.

Il n'y avait aucune suite dans ses idées. Mercredi soir, il but outre mesure et s'enivra. Jeudi matin, il sortit à six heures ; il ne rentra que vers midi ; il était de nouveau en état d'ivresse, il me montra un pistolet qu'il avait acheté, et quand je lui demandai ce qu'il comptait en faire, il répondit en plaisantant: Pendant que nous étions ensemble dans notre chambre, il descendit encore plusieurs fois pour boire des liqueurs ; il voulait toujours m'empêcher d'exécuter mon projet de retourner à Paris.

Je demandai même de l'argent à sa mère pour faire le voyage. Alors, à un moment donné, il ferma à clef la porte de la chambre donnant sur le palier et il s'assit sur une chaise contre cette porte.

J'étais debout, adossé contre le mur d'en face. Il me dit alors: Verlaine exprima immédiatement le plus vif désespoir de ce qu'il avait fait ; il se précipita dans la chambre contiguë occupée par sa mère, et se jeta sur le lit. Il était comme fou: Son attitude était celle d'un profond regret de ce qui lui était arrivé. Vers cinq heures du soir, sa mère et lui me conduisirent ici pour me faire panser. Revenus à l'hôtel, Verlaine et sa mère me proposèrent de rester avec eux pour me soigner, ou de retourner à l'hôpital jusqu'à guérison complète.

La blessure me paraissant peu grave, je manifestai l'intention de me rendre le soir même en France, à Charleville, auprès de ma mère. Cette nouvelle jeta Verlaine de nouveau dans le désespoir. Sa mère me remit vingt francs pour faire le voyage, et ils sortirent avec moi pour m' accompagner à la gare du Midi. Verlaine était comme fou, il mit tout en oeuvre pour me retenir ; d'autre part, il avait constamment la main dans la poche de son habit où était son pistolet.

Arrivés à la place Rouppe, il nous devança de quelques pas et puis il revint sur moi ; son attitude me faisait craindre qu'il ne se livrât à de nouveaux excès ; je me retournai et je pris la fuite en courant.

C'est alors que j'ai prié un agent de police de l'arrêter. La balle dont j'ai été atteint à la main n'est pas encore extraite, le docteur d'ici m'a dit qu'elle ne pourrait l'être que dans deux ou trois jours. De quoi viviez-vous à Londres?

Principalement de l'argent que Mad[ame] Verlaine envoyait à son fils. Nous avions aussi des leçons de français que nous donnions ensemble, mais ces leçons ne nous rapportaient pas grand'chose, une douzaine de francs par semaine, vers la fin. Connaissez-vous le motif des dissentiments de Verlaine et de sa femme?

Verlaine ne voulait pas que sa femme continuât d'habiter chez son père. N'invoque-t-elle pas aussi comme grief votre intimité avec Verlaine? Oui, elle nous accuse même de relations immorales ; mais je ne veux pas me donner la peine de démentir de pareille calomnie.

Je ne peux pas vous en dire davantage que dans mon premier interrogatoire sur le mobile de l'attentat que j'ai commis sur Rimbaud. J'étais en ce moment en état d'ivresse complète, je n'avais plus ma raison à moi. Il est vrai que sur les conseils de mon ami Mourot, j'avais un instant renoncé à mon projet de suicide ; j'avais résolu de m'engager comme volontaire dans l'armée espagnole ; mais, une démarche que je fis à cet effet à l'ambassade espagnole n'ayant pas abouti, mes idées de suicide me reprirent.

C'est dans cette disposition d'esprit que dans la matinée du jeudi j'ai acheté mon revolver. J'ai chargé mon arme dans un estaminet de la rue des Chartreux ; j'étais allé dans cette rue pour rendre visite à un ami. Je ne me souviens pas d'avoir eu avec Rimbaud une discussion irritante qui pourrait expliquer l'acte qu'on me reproche.

Ma mère que j'ai vue depuis mon arrestation m'a dit que j'avais songé à me rendre à Paris pour faire auprès de ma femme une dernière tentative de réconciliation, et que je désirais que Rimbaud ne m'accompagnât pas ; mais je n'ai personnellement aucun souvenir de cela.

Du reste, pendant les jours qui ont précédé l'attentat, mes idées n'avaient pas de suite et manquaient complètement de logique. Si j'ai rappelé Rimbaud par télégramme, ce n'était pas pour vivre de nouveau avec lui ; au moment d'envoyer ce télégramme, j'avais l'intention de m'engager dans l'armée espagnole ; c'était plutôt pour lui faire mes adieux.

Je me souviens que dans la soirée du jeudi, je me suis efforcé de retenir Rimbaud à Bruxelles ; mais, en le faisant, j'obéissais à des sentiments de regrets et au désir de lui témoigner par mon attitude à son égard qu'il n'y avait eu rien de volontaire dans l'acte que j'avais commis. Je tenais en outre à ce qu'il fût complètement guéri de sa blessure avant de retourner en France. Je persiste dans les déclarations que je vous ai faites précédemment, c'est-à-dire qu'avant de me tirer un coup de revolver, Verlaine avait fait toutes sortes d'instances auprès de moi pour me retenir avec lui.

Il est vrai qu'à un certain moment il a manifesté l'intention de se rendre à Paris pour faire une tentative de réconciliation auprès de sa femme, et qu'il voulait m'empêcher de l'y accompagner ; mais il changeait d'idée à chaque instant, il ne s'arrêtait à aucun projet. Aussi, je ne puis trouver aucun mobile sérieux à l'attentat qu'il a commis sur moi.

Du reste, sa raison était complètement égarée: On m'a extrait hier de la main la balle de revolver qui m'a blessé: Je compte retourner en France, chez ma mère, qui habite Charleville. La déclaration de Verlaine provient du livre "Verlaine Fêtes galantes et autres poèmes - Ecrits sur Rimbaud". Seeing that the swelling in my right knee and the pain in the joint still continued to get worse, finding neither treatment nor advice because at Harer we are in the midst of Negroes and there are no Europeans here, I decided to come back.

I had to leave the business, which was not very easy, for I had money out all over the place, but finally I succeeded to liquidate almost it all. For about twenty days, I had been lying in Harer, and not being able to make a movement, suffering frightful pains, and never sleeping. I hired sixteen Negro porters, for 15 thalaris each, from Harer to Zeilah, I had a stretcher made, covered with canvas, and in it I have just made, in 12 days, the kilometres journey across the desert which separates the Harer hills from the port of Zeilah.

No point in telling you what horrible suffering I went through on the way, I was never able to take a step from my stretcher, my knee swelled visibly, and the pain increased all the time.

When I got here I went to the European Hospital. There is just one room for paying patients, I am in it. The English doctor as soon as I showed him my knee cried out that it was a synovitis which had arrived at a very dangerous stage owing to lack of attention and fatigue. Straightaway he talked of cutting the leg off. Then, he decided to wait a few days to see if the swelling could be diminished with medical treatment.

That was six days ago, and there has been no improvement, except that, because I am resting, the pain is decreased a lot. You know that synovitis is a disease of the liquid of the knee joint, it can be due to heredity, or accidents, or a lot of other causes. With me it was certainly caused by the fatigue of riding and walking in Harer.

At last in the situation I am in at the moment, there's no hope of my being better for at least three months, under the most favorable circumstances. And I am stretched out, with my leg bandaged, wound round and round and bound, so that I cannot move it.

I have become a skeleton, I frighten people. My back is completely flayed from the bed, I don't sleep a minute. And the heat has become extreme here. The hospital food, which I pay quite a lot, is very bad.

I do not know what to do. On the other hand I haven't yet closed my accounts with my associate, Mr Tian. It can't be done in less than another week. I shall get out of this business with about 35 thousand francs. I should have had more, but I am losing several thousand francs owing to my unlucky departure. I should like to get myself taken to a steamer, and come and get myself looked after in France, the journey would help to pass the time, at least.

And in France both medical attention and medicines are cheap, and the air is healthy. So it is highly probable that I shall come. Unluckily the steamboats going to France now are always packed, because everyone is coming back from the colonies at this time of year.

And I am a poor sick man and need carrying very gently, anyway, l shall make up my mind within a week. Do not be too upset about all this, however. Better days will come. But it's a poor reward for so much work, so many privations and troubles! How miserable our life is.

I greet you all fondly Rimbaud PS. As for the stockings, they are useless, I shall sell them again somewhere. My dear mummy, God is thousand times blessed! On Sunday I experienced the greatest happiness I can have in this world. This is not any more a poor unfortunate reprobate who will die near me: During the last week, the chaplains had come to see him twice: Saturday evening, all the nuns made prayers together for him to have a good death.

Sunday morning, after the high mass, he seemed to be calmer and fully conscious: When the priest left, he said to me, looking at me with a disturbed air, a strange air: What do you thus say to us? He has the faith, and I even never saw faith of this quality! What can make me Death, Life, and all the universe and all the happiness of the world, now that his soul is saved!

Lord, soften his agony, help him to carry his cross, still have pity of him, still have pity, you who are so good! When I returned near Arthur, he was very moved, but did not cry;he was serenely sad, as I never saw him before. He looked me in the eyes as he had never looked me. He wanted that I approach very close, he said to me: He still said to me with bitterness: He insisted to kiss me, then: You will see, the candles and the laces will be brought: I am so sick thus!

Since then, he does not blaspheme anymore;he calls Christ in cross, and he prays. Yes, he prays, him! But the chaplain could not give him the communion. First, he fears to impress him too much. Then, Arthur is spitting a lot actually and cannot stand anything in his mouth, so we were afraid of an involuntary profanation.

And him, believing that he was forgotten, became sad;but he did not complain. Death comes with great steps. I told you in my last letter, my dear mummy, that his stump was extremely swollen.

Now it is an enormous cancer between the hip and the belly, just in top of the bone. This stump, which was so sensitive, so painful, practically does not make him suffer anymore. Arthur did not see this fatal tumour: Now, it is his poor head and his left arm which make him suffer the most. But he is generally deep into a state of lethargy which is an apparent sleep, during which he senses all the noises with a singular clearness.

For the night, he has a morphine injection. Awaken, he ends his life in a kind of continuous dream: What he says, these are dreams, - however it is not the same thing at all that when he had fever. You would almost think, and I believe it, he does it on purpose. As he murmured those things, the nun said to me in a whisper: Sometimes he asks the doctors if they see the extraordinary things he sees and he speaks to them and tells them with softness his impressions, in terms that I could not render ; the doctors look him in the eyes, these beautiful eyes which never have been so beautiful and more intelligent, and they say between them: Moreover, the doctors practically do not come any more, because he often cries when speaking to them and that distresses them.

Me, he sometimes calls me Djami, but I know that is because he wants it, and that is part of his dream wanted thus;besides, he mixes all and We are in Harer, we always leave for Aden, and we have to find camels, to organise the caravan;he walks very easily with the new articulated leg, we ride beautiful richly harnessed mules for some walks;then we have to work, to do the book-keeping, to write letters.

Quick, quick, we are awaited, let us pack our bags and leave. Why did we let him sleep? Why I didn't help him get dressed? What will it be said if we do not arrive at the day agreed upon? Nobody will believe him on word anymore, nobody will trust him anymore! And he starts to cry regretting my awkwardness and my negligence: He practically does not eat anymore, and what he eats, it is with an extreme loathing.

Therefore has he the thinness of a skeleton and the colour of a corpse! And all his poor limbs paralysed, mutilated, dead around him! O God, what a pity! About your letter and Arthur: After him, and the funeral expenses paid, travels, and so on, his resources will come to others;I am absolutely decided to respect his wills, and nevertheless there would be only me to carry them out, his money and his belongings will go to who he wishes.

What I did for him, it was not by cupidity, it is because he is my brother, and abandoned by the whole universe, I did not want to let him die alone and without help. I will be faithful to him after his death like before, and what he will say to make of his money and his clothes to me, I will do it exactly, even if I must suffer from it.

May God assists me and you also: Des Ardennes au Désert". Voyant toujours augmenter l'enflure de mon genou droit et la douleur dans l'articulation, sans trouver aucun remède ni aucun avis puisqu'au Harar nous sommes au milieu des nègres et qu'il n'y a point là d'Européens, je me décidai à descendre.

Il fallait abandonner les affaires, ce qui n'était pas très facile, car j'avais de l'argent dispersé de tous les côtés, mais enfin je réussis à liquider à peu près totalement. Depuis déjà une vingtaine de jours, j'étais couché au Harar, et dans l'impossibilité de faire un seul mouvement, souffrant des douleurs atroces, et ne dormant jamais.

Je louai seize nègres porteurs, à raison de 15 thalaris l'un, du Harar à Zeïlah, je fis fabriquer une civière recouverte d'une toile, et c'est là dessus que je viens de faire, en 12 jours, les kilomètres de désert qui séparent les monts du Harar du port de Zeïlah. Inutile de vous dire quelles horribles souffrances j'ai subies en route, je n'ai jamais pu faire un pas hors de ma civière, mon genou gonflait à vue d'oeil et la douleur augmentait continuellement.

Arrivé ici je suis entré à l'hôpital Européen, il y a une seule chambre pour les malades payants, je l'occupe. Le docteur anglais dès que je lui ai montré mon genou a crié que c'est une synovite, arrivée à un point très dangereux par suite du manque de soins et des fatigues Il parlait tout de suite de couper la jambe. Ensuite, il a décidé d'attendre q. Il y a Six jours de cela, mais aucune amélioration, sinon que, comme je suis au repos, la douleur a beaucoup diminué.

Vous savez que la Synovite est une maladie des liquides de l'articulation du genou, cela peut provenir d'hérédité, ou d'accidents, ou de bien des causes. Pour moi cela a été certainement causé par les fatigues des marches à pied et à cheval au Harar. Enfin à l'état où je suis arrivé, il ne faut pas espérer que je guérisse avant au moins trois mois, sous les circonstances les plus favorables.

Et je suis étendu, la jambe bandée, liée, reliée, enchaînée, de façon à ne pouvoir la mouvoir. Je suis devenu un squelette, je fais peur. Mon dos est tout écorché du lit, je ne dors pas une minute. Et ici la chaleur est devenue très forte. La nourriture de l'hôpital, que je paie pourtant assez cher, est très mauvaise.

Je ne sais quoi faire. D'un autre côté je n'ai pas encore terminé mes comptes avec mon associé Mr Tian. Cela ne finira pas avant la huitaine. Je sortirai de cette affaire avec 35 mille francs environ. J'aurais eu plus, mais, à cause de mon malheureux départ, je perds q.

J'ai envie de me faire porter à un vapeur, et de venir me traiter en France, le voyage me ferait encore passer le temps. Et en France les soins médicaux et les remèdes sont bon marché, et l'air est bon. Il est donc fort probable que je vais venir.

Les vapeurs pour la France à présent sont malheureusement toujours combles, parce que tout le monde rentre des colonies à ce temps de l'année. Et je suis un pauvre infirme qu'il faut transporter très doucement, enfin, je vais prendre mon parti dans la huitaine. Ne vous effrayez pas de tout cela, cependant. De meilleurs jours viendront. Mais c'est une triste récompense de tant de travail, de privations et de peines!

Hélas que notre vie est misérable. Je vous salue du coeur Rimbaud PS. Quant aux bas ils sont inutiles, je les revendrai quelque part. Lundi matin, on ampute ma jambe. Je suis arrivé hier, après treize jours de douleurs. Me trouvant par trop faible à l'arrivée ici, et saisi par le froid, j'ai dû entrer ici à l'hôpital de la Conception , où je paie dix fcs par jour, docteur compris.

Je suis très mal, très mal, je suis réduit à l'état de squelette par cette maladie de ma jambe gauche qui est devenue à présent énorme et ressemble à une énorme citrouille. C'est une synovite, une hydarthrose, etc. Cela doit durer très longtemps, si des complications n'obligent pas à couper la jambe. En tout cas, j'en resterai estropié. Mais je doute que j'attende.

La vie m'est devenue impossible. Que je suis donc malheureux! Que je suis donc devenu malheureux! J'ai à toucher ici une traite de fcs 36 sur le Comptoir national d'Escompte de Paris.

Mais je n'ai personne pour s'occuper de placer cet argent. Pour moi, je ne puis faire un seul pas hors du lit. Je n'ai pas encore pu toucher l'argent. Ne pouvez-vous m'aider en rien? Hôpital de la Conception.

Elle est éteinte Cette huile sainte. Il est éteint Le sacristain! Facevamo qualche corrispondenza per i giornali, e davamo lezioni di francese.

Restare con lui era diventato impossibile, e avevo manifestato il desiderio di tornare a Parigi. Quattro giorni fa mi ha lasciato per andare a Bruxelles, e mi ha spedito un telegramma chiedendomi di raggiungerlo.

Continuavo a manifestare il desiderio di tornare a Parigi. Poi siamo andati alla Maison des Brasseurs, Grand'Place, dove si è continuato a parlare della mia partenza. Tornati a casa, verso le due, lui ha chiuso la porta a chiave a doppia mandata, e si è seduto là davanti; quindi ha caricato la postola e ha sparato due colpi dicendo: Sua madre era presente e mi ha prestato le prime cure.

Dopo sono andato all'ospedale Saint- Jean, dove mi hanno fasciato. Sono stato accompagnato da Verlaine e da sua madre.

Finita la medicazione, siamo tornati tutti e tre a casa. Verlaine mi diceva ancora di restare con lui e di non abbandonarlo; ma io non ho voluto acconsentire e sono uscito verso le sette del pomeriggio, accompagnato da Verlaine e da sua madre. Ormai tutta distrutta è la tastiera… ed io compiango il cadavere blu.

Oh voi, angeli amati, aprite a me - che ho mangiato di quel pane amaro - ancor vivente già la porta al cielo - seppur contro il divieto. La vita precedente lo ha visto vittima di passioni e di tentazioni, guidato quasi sempre da Mephisto, incapace di decisione, romanticamente confuso.

Di fronte allo Spirito della Terra si era sentito un verme, non potendone sopportare la vista. Adesso guarda il sole nascente e la luce lo abbaglia. Lui stesso riconosce che evocare forze sovraumane non conviene, si rischia di esserne travolti e per questo volta le spalle alla luce per poter vedere il mondo, le cui immagini appaiono come riflesso della luce stessa. Qui sta tutta la differenza fra il Primo e il Secondo Faust.

Nel Secondo Faust il protagonista accetta il mondo e diventa il borghese imprenditore, figura ancora eroica all'epoca di Goethe, il quale ammirava molto il lavoro dell'Umanità teso a trasformare il mondo e renderlo più abitabile per l'Uomo. Da qui la grande ammirazione per gli olandesi che col lavoro avevano strappato la terra al mare. Ma questa accettazione del mondo non manca di poesia, non è il volgare utilizzo economico della natura che conosciamo oggi. Jezt zu der Alpe grüngesenkten Wiesen Wird neuer Glanz und Deutlichkeit gespendet, Und stufenweis herab ist es gelungen; - Sie tritt hervor!

So bleibe denn die Sonne mir im Rücken! Der Wassersturz, das Felsenriff durchbrausend, Ihn schau' ich an mit wachsendem Entzücken.

Der spiegelt ab das menschliche Bestreben. Ihm sinne nach, und du begreifst genauer: Am farbigen Abglanz haben wir das Leben. Goethe Faust Habe nun, ach! Da steh' ich nun, ich armer Tor, Und bin so klug als wie zuvor! Das will mir schier das Herz verbrennen. Zwar bin ich gescheiter als alle die Laffen, Doktoren, Magister, Schreiber und Pfaffen; Mich plagen keine Skrupel noch Zweifel, Fürchte mich weder vor Hölle noch Teufel - Dafür ist mir auch alle Freud' entrissen, Bilde mir nicht ein, was Rechts zu wissen, Bilde mir nicht ein, ich könnte was lehren, Die Menschen zu bessern und zu bekehren.

Dann über Büchern und Papier, Trübsel'ger Freund, erschienst du mir! Und fragst du noch, warum dein Herz Sich bang in deinem Busen klemmt? Warum ein unerklärter Schmerz Dir alle Lebensregung hemmt? Ihr schwebt, ihr Geister, neben mir; Antwortet mir, wenn ihr mich hört! Ihr Herren, geht nicht so vorbei! Aufmerksam blickt nach meinen Waren, Es steht dahier gar mancherlei. Goethe , Faust La notte di Valpurga. Niemand schlägt wie ich die Saiten, Niemand hat wie ich Gewalt.

Selbst die wilden Tiere schreiten Sanft wie Lämmer durch den Wald. Reich mir einer eine Halbe Oder einen Groschen nur. Als des Sommers letzte Schwalbe Schwebe ich durch die Natur. Der Gestalten, der Gewalten Sind zuviel. Sie umbrausen den verwegnen Leuchter, Der die Nacht erhellt. Fiebriger und feuchter Glänzt das Angesicht der Welt.

Und die brüderlichen Blitze segnen Blau wie Veilchen den erwachten Traum. In der letzten Nacht noch haben sie gesehn Einen Schlächtergesellen auf ihr Zimmer gehn. Dachdecker stürzen ab und gehn entzwei Und an den Küsten - liest man - steigt die Flut. Die meisten Menschen haben einen Schnupfen. Die Eisenbahnen fallen von den Brücken. Ist er bedroht vom roten Strahl der Speere Und rohen Panzern? Ziehn hier Satans Heere? Sein Leib ist nackt und bleich und ohne Wehre.

Ein fades Rosa eitert aus der Erde. Die Tage sind so still und grell geworden Erfüllung lockt mit wolkigen Gesichten. Wie wenn ich ginge, meinen Gott zu richten. Jakob van Hoddis , Gedichte Le vase brisé Le vase où meurt cette verveine D'un coup d'evantail fu fêlé; Le coup du éffleurer à peine, Aucun bruit ne l'a rêlevé. Mais la légère meurtrissure, Mordant le cristal chaque jour, D'un marche invincible et sûre En a fait lentement le tour.

Son eau fraîche à fui goutte à goutte, Le suc des fleurs s'est épuisé; Personne encore ne s'en doute. N'y touchez pas il est brisé. Il est brisé n'y touchez pas. Sully Prudhomme Pensée des morts Voila les feuilles sans sève qui tombent sur le gazon voila le vent qui s'élève et gémit dans le vallon voila l'errante hirondelle qui rase du bout de l'aile l'eau dormante des marais voila l'enfant des chaumières qui glane sur les bruyères le bois tombe des forets.

C'est la saison ou tout tombe aux coups redoubles des vents un vent qui vient de la tombe moissonne aussi les vivants ils tombent alors par mille comme la plume inutile que l'aigle abandonne aux airs lorsque des plumes nouvelles viennent réchauffer ses ailes a l'approche des hivers. C'est alors que ma paupière vous vit pâlir et mourir tendres fruits qu'a la lumière dieu n'a pas laisse mûrir quoique jeune sur la terre je suis déjà solitaire parmi ceux de ma saison et quand je dis en même "ou sont ceux que ton coeur aime?

Toi, dont le monde encore ignore le vrai nom, Esprit mystérieux, mortel, ange, ou démon, Qui que tu sois, Byron, bon ou fatal génie, J'aime de tes concerts la sauvage harmonie, Comme j'aime le bruit de la foudre et des vents Se mêlant dans l'orage à la voix des torrents! La nuit est ton séjour, l'horreur est ton domaine: L'aigle, roi des déserts, dédaigne ainsi la plaine Il ne veut, comme toi, que des rocs escarpés Que l'hiver a blanchis, que la foudre a frappés ; Des rivages couverts des débris du naufrage, Ou des champs tout noircis des restes du carnage.

Lamartine Tristesse Ramenez-moi, disais-je, au fortuné rivage Où Naples réfléchit dans une mer d'azur Ses palais, ses coteaux, ses astres sans nuage, Où l'oranger fleurit sous un ciel toujours pur. Là, sous les orangers, sous la vigne fleurie, Dont le pampre flexible au myrte se marie, Et tresse sur ta tête une voûte de fleurs, Au doux bruit de la vague ou du vent qui murmure, Seuls avec notre amour, seuls avec la nature, La vie et la lumière auront plus de douceurs.

De mes jours pâlissants le flambeau se consume, Il s'éteint par degrés au souffle du malheur, Ou, s'il jette parfois une faible lueur, C'est quand ton souvenir dans mon sein le rallume ; Je ne sais si les dieux me permettront enfin D'achever ici-bas ma pénible journée.

Mon horizon se borne, et mon oeil incertain Ose l'étendre à peine au-delà d'une année. Mais s'il faut périr au matin, S'il faut, sur une terre au bonheur destinée, Laisser échapper de ma main Cette coupe que le destin Semblait avoir pour moi de roses couronnée, Je ne demande aux dieux que de guider mes pas Jusqu'aux bords qu'embellit ta mémoire chérie, De saluer de loin ces fortunés climats, Et de mourir aux lieux où j'ai goûté la vie.

Alphonse de Lamartine Faust Il polso della vita batte vivace per salutare l'alba eterea dolce, Terra, stanotte rimasta immutata, qui respiri ai miei piedi rinfrancata, già inizi a circuirmi di desideri, m'inciti e attizzi in me una voglia intensa di tender sempre a una più alta essenza.

In luce d'alba il mondo è già comparso, nel bosco echeggia di mille voci il canto, a valle è un velo di nebbia qua e là sparso, il cielo terso scende fra gole intanto, fronde e rami, rinverditi, si ridestano da odorose forre, dal sonno a testa china; anche i colori dal fondo si stagliano, e fiori e foglie stillan perle di brina, da un paradiso mi sento circondato.

Vette di monti giganti preannunciano il momento consacrato, d'eterno lume in anticipo esultanti, il quale poi quaggiù è riverberato. Ora sull'alpe di prati verdeggianti si versa un nuovo nitido splendore che scende in basso a passi digradanti, e l'alpe appare!

Ahimè dal dolore volgo via gli occhi da luce trafitto. Che resti il sole alle mie spalle pertanto! La cascata che scroscia fra le rocce, quella io osservo con crescente incanto.

Di salto in salto in mille e mille rogge ora rotola giù diramandosi e in alto spume su spume volteggian nel sereno. Ma splendido, sale da questo tumulto e s'inarca in alterna durata l'arcobaleno, immagine or distinta, ora in aria svanita, diffonde tenui fremiti di freschezza. D'umana tensione è un'icona compita. Pensaci bene e capirai con più chiarezza: E ora sto qui, povero sognatore, e ne so quanto prima, più o meno!

Mi chiaman Maestro, mi chiaman Dottore, e da dieci anni i miei scolari meno per il naso, qua e là, sopra e sotto e vedo che nulla ci è dato sapere! Questo finisce per straziarmi il cuore. Certo, sono più saggio di ogni stolto, dottore, maestro, scrivano o pretonzolo; né scrupolo né dubbio mi sgomenta, non temo né l'inferno né il diavolo. Per contro in me ogni gioia s'è spenta, la cosa giusta non m'illudo di sapere, non m'illudo d'insegnar come conviene, migliorar l'uomo e saperlo convertire.

Oh, se guardassi, chiara luna piena, per un'ultima volta alla mia pena, tu, che aspettavo fino a mezzanotte certe volte al mio pulpito vegliando e che sopra i miei libri e sulle carte ti alzavi, triste amica, rischiarando! Maledetto oscuro buco nel muro, dove del ciel la stessa cara luce dai vetri tinti fosca s'introduce! Soffocato da quei libri ammucchiati, rosi dai vermi, coperti di polvere, circondati di fogli affumicati, che fino all'alta volta vanno a crescere; di fiale e ampolle cosparso fino in fondo, pieno zeppo dei più vari congegni mischiati alla mobilia dei bisnonni, ecco il tuo mondo!

Se lo chiami mondo! E ti domandi, ancora, perché il cuore timido nel tuo petto si raggeli? Perché un dolore che non sai spiegare ti freni tutti gl'istinti vitali? Al posto della Natura vivente, ove per man di Dio l'Uomo è sorto, fra fumo e muffa ti cingon solamente scheletri di animali e ossa di morto. Via, fuori, su vasto terreno! E questo libro pieno di misteri, di Nostradamo, scritto di sua mano, non basta come guida ai tuoi pensieri? Se poi ti è noto delle stelle il corso e infine la Natura ti ammaestra, una forza nell'anima si desta, fra Spirito e Spirito inizia il discorso.

Invano l'arido operare delle menti i sacri segni ti saprà chiarire: Non fatevi scappare l'occasione! Guardate la merce con attenzione, guardate quante cose Vi propongo. E nella mia bottega non c'è niente di cui sulla terra l'equivalente a tempo debito non abbia causato all'Uomo e al Mondo dei discreti danni.

Non c'è pugnale che non sia macchiato di sangue, né calice che aspri veleni in un corpo sano non abbia versato, né gioiello che una donna avvenente non abbia sedotto, o spada che il patto non abbia infranto e subdolamente il nemico non abbia alle spalle trafitto. Come me nessuno percuote le corde, nessuno ha potere. Vanno bestie feroci mansuete come agnelli nel bosco a vagare.

La mia arpa vo pizzicando dove e come sempre mi muovo, per bisogni di famiglia o quando in battesimi o baruffe mi trovo. Se un mezzo marco mi date o anche un centesimo solo, come l'ultima rondine d'estate attraverso la natura in volo. Troppe son le figure, le violenze troppe. Bruiscono d'intorno al candelabro che la notte rischiara temerario. Febbrile e umido riluce il volto del mondo. Piovon le prime stelle, prime gocce, e sempre dolce canta la foglia sulla fronda ed i fraterni lampi benedicono azzurri come viole il sogno che si desta.

Anche l'ultima notte l'hanno visto quel macellaio salire su da lei. Eppure passo passo a quell'orrore fece seguito proprio il suo castigo: Cresce un nero pancione dal paesaggio come un gendarme di questa campagna che zelante dell'ordine discaccia con un suo brusco battito di mani le nubi vagabonde della sera verso un incerto più in là.

Cadono giù le tegole e si spezzano, sulle coste -si legge- alta marea. La tempesta è vicina, fiere ondate percuotono la riva, spezzano gli argini. Quasi tutta la gente è raffreddata dai ponti cade giù la via ferrata. Lo minacciano i rossi getti di lancia E i rudi carrarmati? Sfilano gli eserciti di Satana? Le macchie gialle galleggianti nell'ombra Son occhi di cavalli senza vita, giganteschi.

Nudo è il suo corpo e pallido e indifeso. Un rosa-marcio affiora dalla terra. I giorni mi diventan muti e crudi. Compimento mi attrae con volti oscuri. La paura mi prende di perder la salvezza. Come se andassi a giustiziare Dio.

Il colpo dovette sfiorarlo a pena perché nessun suono l'ha rivelato. Ma la leggera incrinatura che mordeva il cristallo ogni giorno avanzando invisibile e sicura vi ha fatto lenta il giro intorno. L'acqua fresca è stillata goccia a goccia, il succo del fiore è evaporato. Fino ad ora nessuno se n'è accorto.

Non accostatevi, il vaso è incrinato. Nel cuore la ferita si dilata il fiore del suo amore vi si svena. Intatto appare agli occhi del mondo il cuore che, solo, soffrendo ha notato questo taglio sottile e profondo.

Pensando ai morti Ecco le foglie esangui cadere sull'erba del prato Ecco levarsi il vento e gemere giù nella valle Ecco la rondine errante sfiorare con l'ombra dell'ala l'acqua che dorme nei fossi Ecco dai tetti di paglia uscire un bimbo a raccolta dei rami morti del bosco caduti sulla brughiera.

E' la stagione in cui tutto cade percosso dai venti Un vento che vien dalla tomba falcidia pure i viventi E cadono allora a migliaia come l'inutile penna ceduta dall'aquila ai venti quando le giovani piume vanno a scaldar le sue ali all'approssimar dell'inverno.

Allora il mio sguardo vi vide impallidire e morire teneri frutti che Dio non rese maturi alla luce. Benché sia giovane in terra ormai sono già solitario nella mia stessa stagione e quando sovente mi chiedo "Dove son quelli che amo?

Su questa terra deserta cos'aspetti, io non ci sono! Tutti quelli la cui vita un giorno o l'altro rapita rapisce una parte di noi sembran dire sotto la pietra "Voi che vedete la luce Vi ricordate di noi? La notte è la tua sede, il tuo dominio l'orrore: Lamartine Traduzione di Nino Muzzi Tristezza Riportami, dicevo, sulla riva fertile dove Napoli riflette in un mare azzurro i palazzi, le coste, gli astri senza nuvole, e sboccia l'arancio sotto un cielo sempre puro.

Voglio vedere ancora il Vesuvio infuocato uscir dal sen dell'onda; vedere dall'alto spuntare l'aurora; voglio guidare i passi della mia veneranda, ridiscender, sognando, dai dirupi gioiosi; seguimi nei tornanti di quel golfo tranquillo; raggiungiamo le rive ben note ai nostri passi, i giardini di Cinzia, la tomba di Virgilio, presso i frantumi sparsi del tempio di Venere: Dei pallidi miei giorni si consuma la fiamma e via via si spegne al soffio delle sventure, o, se talvolta getta un pallido chiarore, è quando il tuo ricordo si riaccende nell'anima; io non so se gli dei mi avranno infine offerto di chiudere quaggiù la mia triste giornata.

L'orizzonte si sbarra, ed il mio occhio incerto osa estenderlo appena alla fine dell'annata. Ma se devo morire al mattino, se devo su una terra alla gioia destinata lasciarmi sfuggire di mano questa mia coppa che pareva il destino avesse per me di rose coronata, chiedo solo agli dei di guidare i miei passi alla riva, dal tuo caro ricordo abbellita, di salutar da lungi quei climi rigogliosi e morire nei luoghi dove gustai la vita.

Alphonse de Lamartine Traduzione di Nino Muzzi. Le crépuscule du matin La diane chantait dans les cours des casernes, Et le vent du matin soufflait sur les lanternes. Comme un visage en pleurs que les brises essuient, L'air est plein du frisson des choses qui s'enfuient, Et l'homme est las d'écrire et la femme d'aimer.

Les maisons çà et là commençaient à fumer. Les femmes de plaisir, la paupière livide, Bouche ouverte, dormaient de leur sommeil stupide ; Les pauvresses, traînant leurs seins maigres et froids, Soufflaient sur leurs tisons et soufflaient sur leurs doigts.

C'était l'heure où parmi le froid et la lésine S'aggravent les douleurs des femmes en gésine ; Comme un sanglot coupé par un sang écumeux Le chant du coq au loin déchirait l'air brumeux ; Une mer de brouillards baignait les édifices, Et les agonisants dans le fond des hospices Poussaient leur dernier râle en hoquets inégaux. Les débauchés rentraient, brisés par leurs travaux. L'aurore grelottante en robe rose et verte S'avançait lentement sur la Seine déserte, Et le sombre Paris, en se frottant les yeux Empoignait ses outils, vieillard laborieux.

Charles Baudelaire , Les Fleurs du Mal Une martyre Dessin d'un Maître inconnu Au milieu des flacons, des étoffes lamées Et des meubles voluptueux, Des marbres, des tableaux, des robes parfumées Qui traînent à plis somptueux, Dans une chambre tiède où, comme en une serre, L'air est dangereux et fatal, Où des bouquets mourants dans leurs cercueils de verre Exhalent leur soupir final, Un cadavre sans tête épanche, comme un fleuve, Sur l'oreiller désaltéré Un sang rouge et vivant, dont la toile s'abreuve Avec l'avidité d'un pré.

Semblable aux visions pâles qu'enfante l'ombre Et qui nous enchaînent les yeux, La tête, avec l'amas de sa crinière sombre Et de ses bijoux précieux, Sur la table de nuit, comme une renoncule, Repose ; et, vide de pensers, Un regard vague et blanc comme le crépuscule S'échappe des yeux révulsés. Sur le lit, le tronc nu sans scrupules étale Dans le plus complet abandon La secrète splendeur et la beauté fatale Dont la nature lui fit don ; Un bas rosâtre, orné de coins d'or, à la jambe, Comme un souvenir est resté ; La jarretière, ainsi qu'un oeil secret qui flambe, Darde un regard diamanté.

Le singulier aspect de cette solitude Et d'un grand portrait langoureux, Aux yeux provocateurs comme son attitude, Révèle un amour ténébreux, Une coupable joie et des fêtes étranges Pleines de baisers infernaux, Dont se réjouissait l'essaim des mauvais anges Nageant dans les plis des rideaux ; Et cependant, à voir la maigreur élégante De l'épaule au contour heurté, La hanche un peu pointue et la taille fringante Ainsi qu'un reptile irrité, Elle est bien jeune encor!

L'homme vindicatif que tu n'as pu, vivante, Malgré tant d'amour, assouvir, Combla-t-il sur ta chair inerte et complaisante L'immensité de son désir?

Quel ruscello sottile, povero e triste specchio, ove rifulse un tempo la gran maestà del vostro dolore vedovile, quel falso Simoenta, gonfio del vostro pianto, ha fecondato a un tratto la mia memoria fine, appena ho attraversato il nuovo Carrousel. Muore il vecchio Parigi le immagini cittadine cambian più svelte, ahimè!

Del cuore di un mortale ; solo in ricordo vedo quel campo di baracche, mucchi di capitelli sbozzati e colonnine, gran blocchi, verdi dalle pozzanghere, erbacce e confuse anticaglie luccicanti in vetrine. Era là che un tempo si stendeva un serraglio; è là che vidi, un giorno, sotto un cielo diafano e gelido, nell'ora in cui il Lavoro è al risveglio e la nettezza alza nell'aria un cupo uragano, un cigno che, scappato dalla sua voliera, raspando con i piedi palmati sul selciato, trascinava piume bianche sulla scabra terra.

La bestia a becco aperto in un rivo seccato bagnava nervosamente le ali nella polvere, dicendo in cuor suo, colmo del bel lago natale: Ma nella mia malinconia niente muta!

Ponteggi, blocchi, nuovi edifici, vecchi sobborghi, tutto diventa allegoria e i miei cari ricordi più duri delle selci. E a voi, Andromaca, dal braccio di un grande marito caduta, vile bestiame, al fiero Pirro in mano, curvata in estasi sopra ad un sepolcro vuoto, vedova d'Ettore, ahimè! E maritata a Eleno! Sto pensando alla negra, dimagrita e tisica, che pesticcia nel fango e, l'occhio teso, spia le palme assenti dell'Africa magnifica al di là di un' immensa muraglia di foschia; a chiunque ha perduto quello che non ritorna mai!

A coloro, che dissetano i pianti e che il Dolore allatta come una lupa buona! Agli orfanelli magri e, come fiori, stenti! E penso ai marinai scordati sopra un'isola, ai prigionieri, ai vinti! Nino Muzzi Il crepuscolo del mattino La diana cantava nel cortile delle caserme, e il vento del mattino soffiava alle lanterne. E' l'ora in cui lo sciame dei sogni inquietanti fa torcer sui guanciali i bruni adolescenti; in cui, pupilla sanguigna, palpitante e mossa, la lampada sul giorno fa una macchia rossa e l'anima, con il peso del corpo greve e truce, imita le battaglie della lampada e la luce.

Come un volto di pianto asciugato dai venti, l'aria è piena del brivido delle cose fuggenti e l'uomo è stanco di scrivere e la donna di amare. Le case qua e là cominciano a fumare.

Le donne di piacere dormon con l'occhio livido, a bocca aperta, del loro sonno stupido; le mendicanti trascinando i seni magri e freddi, soffiano sui tizzoni e sulle proprie dita. E' l'ora in cui, in mezzo al freddo e agli stenti s'acuiscono le doglie delle partorienti; come singhiozzo rotto da sangue schiumoso il canto del gallo lacera il giorno brumoso; un mare di foschia bagnava gli edifici, e gli agonizzanti dal fondo degli ospizi lanciavan l'ultimo raglio in singhiozzi ineguali.

I debosciati rientravano, rotti dai loro lavori. L'aurora freddolosa in veste verde e rosata stava avanzando lenta sulla Senna desolata, e Parigi, cupo, sfregando dagli occhi il torpore, impugnava i suoi arnesi, vecchio lavoratore. Nino Muzzi Una martire Disegno di Maestro ignoto In mezzo a flaconi, a tessuti laminati e a suppellettili voluttuose, a marmi, a quadri, ad abiti profumati cadenti in pieghe sontuose, in una stanza tiepida dove, come in serra, l'aria è dannosa e fatale, dove bouquets morenti nella lor vitrea bara esalano il sospiro finale, una morta decapitata versa, come una gora, sul guanciale dissetato sangue rosso e vivo, e la stoffa se n'abbevera con l'avidità di un prato.

Simile alle visioni pallide generate dall'ombra che c'incatenano lo sguardo, la testa, con la massa della sua criniera scura e dei suoi gioielli di riguardo, riposa sul comodino, come un ranuncolo, e, vuota di ragionamenti, uno sguardo vago e bianco come il crepuscolo esce dagli occhi ripugnanti. Sul letto il tronco nudo espone senza pudore nel più assoluto abbandono la bellezza fatale e il segreto splendore di cui Natura le fece dono; una calza rosastra, bordata d'oro, alla gamba, è restata come un ricordo; la giarrettiera, come occhio segreto che avvampa, lancia un adamantino sguardo.

Il singolare aspetto di questa solitudine e di un grande ritratto languoroso, dagli occhi provocanti come la sua attitudine, sta rivelando un amore tenebroso, una gioia colpevole e dei festini strani pieni di baci infernali, di cui gode lo sciame degli angeli malsani che fra le tende muove le ali; eppure, a vedere dalla magrezza elegante della spalla profilata, l'anca un po' appuntita e la taglia scattante come una serpe irritata, è ancor molto giovane!

L'uomo vendicativo che non potesti, vivente, pur con tanto amore, placare, pose sulla tua carne inerte e compiacente il culmine del suo desiderare? Mémoire I L'eau claire ; comme le sel des larmes d'enfance, l'assaut au soleil des blancheurs des corps de femmes ; la soie, en foule et de lys pur, des oriflammes sous les murs dont quelque pucelle eut la défense ; l'ébat des anges ; - Non Elle sombre, ayant le Ciel bleu pour ciel-de-lit, appelle pour rideaux l'ombre de la colline et de l'arche.

L'eau meuble d'or pâle et sans fond les couches prêtes. Les robes vertes et déteintes des fillettes font les saules, d'où sautent les oiseaux sans brides. Plus pure qu'un louis, jaune et chaude paupière, le souci d'eau - ta foi conjugale, ô l'Épouse! III Madame se tient trop debout dans la prairie prochaine où neigent les fils du travail ; l'ombrelle aux doigts ; foulant l'ombelle ; trop fière pour elle des enfants lisant dans la verdure fleurie leur livre de maroquin rouge!

Hélas, Lui, comme mille anges blancs qui se séparent sur la route, s'éloigne par-delà la montagne! Elle, toute froide, et noire, court! IV Regret des bras épais et jeunes d'herbe pure! Joie des chantiers riverains à l'abandon, en proie aux soirs d'août qui faisaient germer ces pourritures! Qu'elle pleure à présent sous les remparts! Puis, c'est la nappe, sans reflets, sans source, grise: Les roses des roseaux dès longtemps dévorées!

Ero insofferente di tutti gli equipaggi, portavo grani di Fiandra o cotoni inglesi. Finiti gli alatori assieme agli schiamazzi, i Fiumi m'han fatto scendere ove volessi. Dentro i furiosi spruzzi delle mareggiate io, l'ultimo inverno, più sordo degl'infanti cervelli, ho corso! La tempesta ha benedetto le albe marittime.

Più leggero di un tappo ho danzato sul flutto che chiamano eterno avvolgitore di vittime, dieci notti, senza cercar fari dall'occhio fatuo! E da allora mi son bagnato dentro il Cantico del Mare, infuso d'astri, lattescente, vorace di azzurri verdi; ove talvolta, natante estatico e livido, un annegato pensoso scende a foce; dove, tingendo a un tratto le bluità, deliri e ritmi lenti sotto i rutilamenti del giorno, più forti dell'alcool, più vasti delle lire, gli amari rossori dell'amore fermentano!

Ho visto il sole basso, sporco d'orrore mistico, irraggiante una lunga violacea filigrana, pari a degli attori di un dramma molto antico, dilatando i flutti i loro brividi da persiana! Ho sognato la notte verde dalle nevi abbagliate, bacio che sale agli occhi con lentezza dai mari, la circolazione delle linfe inaudite, e il risveglio blu e giallo dei fosfori canori! Ho seguito, a mesi pieni, pari a vaccherie isteriche, l'onda sulle scogliere all'assalto, senza pensar che i luminosi piedi delle Marie possano premere il muso di Oceani in sussulto!

Ho urtato, sapete, contro Floride incredibili mischianti i fiori ad occhi di pantere a pelle d'uomo! Degli Arcobaleni tesi come redini, sotto l'orizzonte dei mari, su mandrie cerule. Ho visto fermentare paludi enormi, nasse ove marcisce nei giunchi tutt'un Leviatano! Scrosci d'acqua crollati in mezzo alle bonacce, e le lontananze che verso abissi degradano! Ghiacci, soli d'argento, flutti perlati, braci di cieli! Immondi cascami nei golfi marroni, dove serpenti giganti mangiati dalle cimici cadono dagli alberi ritorti con neri aromi!

Avrei voluto mostrare ai fanciulli le orate del flutto blu, pesci d'oro, pesci cantanti. Talvolta, martire stanco di poli e di zone, il mare il cui singhiozzo addolciva la beccheggiata alzava a me fiori d'ombra a ventose gialle e io restavo, simile a una donna inginocchiata … Quasi un'isola, sui miei bordi ballottavano liti e sterco d'uccelli a occhi biondi e canto iroso, e, mentre degli annegati a dormire scendevano fra i miei fragili orditi, io vogavo a ritroso! Ora io, battello sperso sotto il crine dell'anse, gettato dall'uragano nell'etere senza uccelli, io che nessun Molitor né veliero dell'Ansa avrebbe ripescato, carcassa ubriaca d'acqua; libero, fumante, gravido di bruma violetta, che il cielo rossastro foravo come un muro, che porto, confettura squisita al buon poeta, licheni di sole e mucillagine di azzurro; che correvo, screziato di elettriche lunelle, tavola folle, scortata da neri ippocampi, quando luglio scrollava a colpi di randello i cieli oltremarini dai cappucci roventi; che tremavo al gemito da cinquanta leghe di Behemot in calore e Maelstrom compatti, eterno filatore su immobilità glauche, rimpiango l'Europa dagli antichi parapetti!

Ho visto arcipelaghi siderali! Ed isole con cieli deliranti aperti al vogatore: E' vero, ho pianto troppo! Le Albe son desolanti. Ogni luna è atroce ed ogni sole è amaro: Oh che la chiglia schianti! Oh ch'io finisca in mare! Se desidero un'acqua d'Europa, è una pozza nera e fredda, ove verso il crepuscolo odoroso un fanciullo accovacciato pieno di tristezza vari un battello fragile come farfalla di maggio.

Molle di vostri languori, non posso più, o lame, sottrarre i loro percorsi ai mercanti di cotoni, né traversare l'orgoglio di bandiere e di fiamme, né navigare sotto l'occhio atroce dei pontoni. Nino Muzzi Memoria I L'acqua chiara; come lacrime d'infanzia salate, l'assalto al cielo dei biancori dei corpi di donna; la seta, distesa e di puro giglio, dell'orifiamma sotto le mura da qualche pulzella salvate; gli angeli alitanti; - No…il rivo d'oro, cammina, muove bracci, neri, grevi e freschi, sopra tutto, di erba.

Essa, scura, col cielo blu a baldacchino, si riserba come tendaggio l'ombra dell'arco e della collina. II L'umido vetro stende le sue limpide brodaglie!

L'acqua orna d'oro chiaro e diafano le pronte culle. Le vesti delle bambine, verdi e stinte, son salici, donde saltano uccelli senza briglie. Gialla e calda palpebra, di un luigi più pura, la calta palustre -la fede coniugale, o Sposa! III La signora si tiene nel prato confinante troppo in piedi, ove nevicano i fili del lavoro; l'ombrella fra le dita; sfiora l'umbella; fiero sguardo ai figli che leggono nel verde fiorente il libro di marocchino rosso!

Ahimè, Lui, come mille angeli bianchi che si separan sulla strada, oltre la montagna si allontana! Lei tutta gelida e nera, corre! IV Voglia di spesse braccia e giovani d'erba pura! Lune d'aprile al cuore del santo letto! Piacere dai cantieri della riva all'abbandono, in potere alle sere d'agosto pullulanti di questa lordura!

Ch'ella pianga ora sotto i bastioni! Il tremore dei pioppi lassù in alto è soltanto per il vento. Poi, lo stagno, senza riflessi, senza fonte, spento: V Zimbello di quest'occhio d'acqua tetro, prendere non posso, o barca immobile!

O troppo corte braccia! Né l'uno né l'altro fiore: La polvere dei salici che un'ala va scrollando! La rosa dei rosai da gran tempo rosicchiata! La mia barca, sempre fissa; e la catena tirata in fondo a quest'occhio d'acqua, - a quale fango? O, si chère de loin O si chère de loin et proche et blanche, si Délicieusement toi, Mary, que je songe À quelque baume rare émané par mensonge Sur aucun bouquetier de cristal obscurci Le sais-tu, oui!

Mon coeur qui dans les nuits parfois cherche à s'entendre Ou de quel dernier mot t'appeler le plus tendre S'exalte en celui rien que chuchoté de soeur N'étant, très grand trésor et tête si petite, Que tu m'enseignes bien toute une autre douceur Tout bas par le baiser seul dans tes cheveux dite.

Stéphane Mallarmé Chevelure La chevelure vol d'une flamme à l'extrême Occident de désirs pour la tout éployer Se pose je dirais mourir un diadème Vers le front couronné son ancien foyer Mais sans or soupirer que cette vive nue L'ignition du feu toujours intérieur Originellement la seule continue Dans le joyau de l'oeil véridique ou rieur Une nudité de héros tendre diffame Celle qui ne mouvant astre ni feux au doigt Rien qu'à simplifier avec gloire la femme Accomplit par son chef fulgurante l'exploit De semer de rubis le doute qu'elle écorche Ainsi qu'une joyeuse et tutélaire torche.

Stéphane Mallarmé Plusieurs sonnets I Quand l'Ombre menaça de la fatale loi, Tel vieux Rêve, désir et mal de mes vertèbres, Affligé de périr sous les plafonds funèbres Il a ployé son aile indubitable en moi.

Luxe, ô salle d'ébène où, pour séduire un roi Se tordent dans leur mort des guirlandes célèbres, Vous n'êtes qu'un orgueil menti par les ténèbres Aux yeux du solitaire ébloui de sa foi.

Oui, je sais qu'au lointain de cette nuit, la Terre Jette d'un grand éclat l'insolite mystère Sous les siècles hideux qui l'obscurcissent moins. L'espace à soi pareil qu'il s'accroisse ou se nie Roule dans cet ennui des feux vils pour témoins Que s'est d'un astre en fête allumé le génie.

Stéphane Mallarmé, Plusieurs sonnets II Le vierge, le vivace et le bel aujourd'hui Va-t-il-nous déchirer avec un coup d'aile ivre Ce lac dur oublié que hante sous le givre Le transparent glacier des vols qui n'ont pas fui! Un cygne d'autrefois se souvient que c'est lui Magnifique mais qui sans espoir se délivre Pour n'avoir pas chanté la région où vivre Quand du stérile hiver a resplandi l'ennui.

Tout son col secouera cette blanche agonie Par l'espace infligé à l'oiseau qui le nie, Mais non l'horreur du sol où le plumage est pris.

Fantôme qu'à ce lieu son pur éclat assigne, Il s'immobilise au songe froid de mépris Que vêt parmi l'exil inutile le Cygne. Ô rire si là-bas une pourpre s'apprête A ne rendre royal que mon absent tombeau. Stéphane Mallarmé, Plusieurs sonnets IV Ses purs ongles très haut dédiant leur onyx, L'Angoisse, ce minuit, soutient, lampadophore, Maint rêve vespéral brûlé par le Phénix Que ne recueille pas de cinéraire amphore Sur les crédences, au salon vide: Mais proche la croisée au nord vacante, un or Agonise selon peut-être le décor Des licornes ruant du feu contre une nixe, Elle, défunte nue en le miroir, encor Que, dans l'oubli formé par le cadre, se fixe De scintillations sitôt le septuor.

Ces nymphes, je les veux perpétuer. Si clair, Leur incarnat léger, qu'il voltige dans l'air Assoupi de sommeils touffus. Mon doute, amas de nuit ancienne, s'achève En maint rameau subtil, qui, demeuré les vrais Bois mêmes, prouve, hélas! Faune, l'illusion s'échappe des yeux bleus Et froids, comme une source en pleurs, de la plus chaste: Mais, l'autre tout soupirs, dis-tu qu'elle contraste Comme brise du jour chaude dans ta toison?

Inerte, tout brûle dans l'heure fauve Sans marquer par quel art ensemble détala Trop d'hymen souhaité de qui cherche le la: Alors m'éveillerai-je à la ferveur première, Droit et seul, sous un flot antique de lumière, Lys!

Autre que ce doux rien par leur lèvre ébruité, Le baiser, qui tout bas des perfides assure, Mon sein, vierge de preuve, atteste une morsure Mystérieuse, due à quelque auguste dent ; Mais, bast! Qui, détournant à soi le trouble de la joue, Rêve, dans un solo long, que nous amusions La beauté d'alentour par des confusions Fausses entre elle-même et notre chant crédule ; Et de faire aussi haut que l'amour se module Évanouir du songe ordinaire de dos Ou de flanc pur suivis avec mes regards clos, Une sonore, vaine et monotone ligne.

Tâche donc, instrument des fuites, ô maligne Syrinx, de refleurir aux lacs où tu m'attends! Moi, de ma rumeur fier, je vais parler longtemps Des déesses ; et par d'idolâtres peintures A leur ombre enlever encore des ceintures: Ainsi, quand des raisins j'ai sucé la clarté, Pour bannir un regret par ma feinte écarté, Rieur, j'élève au ciel d'été la grappe vide Et, soufflant dans ses peaux lumineuses, avide D'ivresse, jusqu'au soir je regarde au travers.

Je t'adore, courroux des vierges, ô délice Farouche du sacré fardeau nu qui se glisse Pour fuir ma lèvre en feu buvant, comme un éclair Tressaille! Des pieds de l'inhumaine au coeur de la timide Qui délaisse à la fois une innocence, humide De larmes folles ou de moins tristes vapeurs.

Tu sais, ma passion, que, pourpre et déjà mûre, Chaque grenade éclate et d'abeilles murmure ; Et notre sang, épris de qui le va saisir, Coule pour tout l'essaim éternel du désir. A l'heure où ce bois d'or et de cendres se teinte Une fête s'exalte en la feuillée éteinte: Je tiens la reine! Non, mais l'âme De paroles vacante et ce corps alourdi Tard succombent au fier silence de midi: Sans plus il faut dormir en l'oubli du blasphème, Sur le sable altéré gisant et comme j'aime Ouvrir ma bouche à l'astre efficace des vins!

Couple, adieu ; je vais voir l'ombre que tu devins. Mallarmé Brezza marina La carne è triste, ahimè! Né i vecchi giardini riflessi dagli occhi fedeli, niente tratterrà, o notti!

Né della lampada il deserto chiarore su carta vuota il cui candore per difesa lotta, né la giovane madre che il fanciullo allatta. Vapore che dondoli l'alberatura leva l'ancora verso un'esotica natura! Una Noia, stremata dagli auspici maledetti, crede ancora all'addio supremo dei fazzoletti! E, forse, i pennoni, che invitano gli uragani, son quelli che un vento piega su spersi rottami, senz'albero, senz'albero, né isole d'incanto… Ma, cuore mio, ascolta dei marinai il canto!

Il mio cuore che a udirsi talvolta nelle notti prova o si esalta con quale nome a chiamarti l'ultimo quello più tenero di sorella a mezza voce detto, gran tesoro e testa piccoletta, se non che tu m'insegni ben altra dolcezza, silente, solo dal bacio nei tuoi capelli detta.

Nino Muzzi Chioma La chioma volo d'una fiamma all'estrema declinazione di desideri per farla sfiaccolare si posa si direbbe il morire di un diadema sulla fronte coronata di un vecchio focolare ma non esala oro sol quella nube viva l'ignizione del fuoco sempre interiore originariamente la sola che si ravviva nel gioiello dell'occhio vero o schernitore una nudità da eroe tenero diffama lei che senza muover astro né fuoco al dito solo a semplificare con gloria la dama adempie con il capo sfolgorante l'invito a sparger di rubini il dubbio ch'essa spella simile a una gioiosa e tutelare fiammella.

Lusso, oh sala d'ebano dove, per sedurre un re s'intreccia nella morte qualche ghirlanda celebre, voi non siete che orgoglio mentito dalle tenebre agli occhi del solitario abbagliato dalla sua fe'.

Lo spazio pari a se stesso che si neghi o cresca ruota in questa noia dei vili fuochi a testimonio che si è illuminato il genio di un astro in festa. Un cigno d'altri tempi non si è dimenticato che è magnifico ma senza speranza si libra per non avere cantato la regione ove vivrà quando di arido inverno il tedio ha brillato.

Tutto il suo collo scrollerà quella bianca agonia tramite lo spazio inflitto all'uccello che lo nega, ma non l'orror del suolo ove è preso il piumaggio. Fantasma che a quel luogo il puro abbaglio lega, s'immobilizza a un freddo pensiero di dileggio che fra l'esilio inutile quel Cigno di sé avvolga. Nino Muzzi III Vittoriosamente fugato il suicidio attraente tizzo di gloria, schiuma di sangue, oro, tempesta! Oh che ridere se là una porpora si appresta solo a rendere regale la mia tomba assente.

Di tutto quel lampo neppure il barlume tarda, è mezzanotte, all'ombra che ci fa festa ammeno che un tesoro presuntuoso di testa versi la sua carezzevole indolenza senza lume, la tua, se sempre lo riempie di delizia!

Nino Muzzi IV Alto consacrando le pure unghie il loro onice, l'Angoscia, a mezzanotte, sostiene, lampadofora, tanti sogni crepuscolari bruciati dalla Fenice non raccolti in nessuna cineraria anfora sulle credenze, nel salotto vuoto: Ma vicino alla crociera a nord solinga, un oro sta agonizzando forse seguendo il decoro dei liocorni scalcianti fuoco su una naiade, ella, defunta ignuda nello specchio, ancor che, nell'oblio formato dal riquadro, s'intride di scintillii tutt'ad un tratto l'Ursa major.

Un sogno ho amato? Il mio dubbio, ammasso di antica notte, culminato in una ramaglia sottile, che, rimasta come i veri boschi stessi, prova, ahimè!

Riflettiamo… o se le donne di cui tu chiosi figuran come desio dei tuoi sensi affabulatori! Fauno, l'illusione dilegua dagli occhi azzurri e freddi, come fonte in pianto, della più casta: O rive siciliane di calme acque stagnanti rubate dalla mia vanità ai soli invidianti tacite sotto fiori di scintille, NARRATE " che qui tagliavo cave canne domate dal talento; quando sull'oro glauco di lontane verzure porgenti la loro vigna a fontane, ondeggia un biancore d'animali riposati: Solo annunciato dal lor labbro quel dolce niente, il bacio, che in silenzio dai perfidi rassicura, il mio seno, vergin di prove, una morsicatura mostra misteriosa di un qualche augusto dente; ma, basta!

Cerca dunque, strumento delle fughe, maligna Siringa, di rifiorire ai laghi ove mi attendi! Accorro; mentre, ai miei piedi, sonnacchiose patite dal gustato languore del mal di esser due s'intrecciano fra sole, ardite braccia nude; io le rapisco senza scioglierle e m'involo in quel folto, odiato dal meriggio frivolo, di rose estenuanti ogni profumo al sole ove il fremere nostro a luce consunta sia eguale.

Nell'ora che quel bosco d'oro e cenere si tinge si esalta una festa nel fogliame che si spenge: Io tengo la regina! Erste Elegie Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel Ordnungen? Denn das Schöne ist nichts als des Schrecklichen Anfang, den wir noch grade ertragen, und wir bewundern es so, weil es gelassen verschmäht, uns zu zerstören.

Ein jeder Engel ist schrecklich. Und so verhalt ich mich denn und verschlucke den Lockruf dunkelen Schluchzens. Ach, wen vermögen wir denn zu brauchen? O und die Nacht, die Nacht, wenn der Wind voller Weltraum uns am Angesicht zehrt -, wem bliebe sie nicht, die ersehnte, sanft enttäuschende, welche dem einzelnen Herzen mühsam bevorsteht.

Ist sie den Liebenden leichter? Ach, sie verdecken sich nur mit einander ihr Los. Ja, die Frühlinge brauchten dich wohl. Es hob sich eine Woge heran im Vergangenen, oder da du vorüberkamst am geöffneten Fenster, gab eine Geige sich hin.

Das alles war Auftrag. Warst du nicht immer noch von Erwartung zerstreut, als kündigte alles eine Geliebte dir an? Sehnt es dich aber, so singe die Liebenden; lange noch nicht unsterblich genug ist ihr berühmtes Gefühl. Jene, du neidest sie fast, Verlassenen, die du so viel liebender fandst als die Gestillten. Beginn immer von neuem die nie zu erreichende Preisung; denk: Aber die Liebenden nimmt die erschöpfte Natur in sich zurück, als wären nicht zweimal die Kräfte, dieses zu leisten.

Sollen nicht endlich uns diese ältesten Schmerzen fruchtbarer werden? Denn Bleiben ist nirgends. Höre, mein Herz, wie sonst nur Heilige hörten: So waren sie hörend. Aber das Wehende höre, die ununterbrochene Nachricht, die aus Stille sich bildet. Es rauscht jetzt von jenen jungen Toten zu dir. Wo immer du eintratest, redete nicht in Kirchen zu Rom und Neapel ruhig ihr Schicksal dich an?

Was sie mir wollen? Freilich ist es seltsam, die Erde nicht mehr zu bewohnen, kaum erlernte Gebräuche nicht mehr zu üben, Rosen, und andern eigens versprechenden Dingen nicht die Bedeutung menschlicher Zukunft zu geben; das, was man war in unendlich ängstlichen Händen, nicht mehr zu sein, und selbst den eigenen Namen wegzulassen wie ein zerbrochenes Spielzeug.

Seltsam, die Wünsche nicht weiterzuwünschen. Seltsam, alles, was sich bezog, so lose im Raume flattern zu sehen. O wie werdet ihr dann, Nächte, mir lieb sein, gehärmte. Wir, Vergeuder der Schmerzen. Wie wir sie absehn voraus, in die traurige Dauer, ob sie nicht enden vielleicht. O, wie spurlos zerträte ein Engel ihnen den Trostmarkt, den die Kirche begrenzt, ihre fertig gekaufte: Taucher und Gaukler des Eifers! Von Beifall zu Zufall taumelt er weiter; denn Buden jeglicher Neugier werben, trommeln und plärrn.

Für Erwachsene aber ist noch besonders zu sehn, wie das Geld sich vermehrt, anatomisch, nicht zur Belustigung nur: Kinder spielen, und Liebende halten einander, - abseits, ernst, im ärmlichen Gras, und Hunde haben Natur. Hinter ihr her kommt er in Wiesen.

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